La campagna elettorale americana è fatta anche di numeri. Fra sondaggi, finanziamenti, conti sui collegi elettori e sul voto popolare ce ne sono talmente tanti che ognuno può trovare in essi ciò che vuole: che sia un segno di speranza o di disperazione. Una cosa incontestabile però i numeri ci raccontano in queste settimane: che il grande momento del voto si avvicina e che qualche indizio per capire come andrà è nascosto fra di essi. Mancano 50 giorni alla fine della corsa: dunque il tempo a disposizione dei due candidati per trasmettere un messaggio chiaro agli elettori stringe. Questo è senza dubbio un fattore che gioca a sfavore di Trump. A leggere quello che scrive la stampa Usa, gli strateghi repubblicani sono molto preoccupati: la campagna del presidente non decolla, e lui sembra impegnato più a reagire a quello che gli accade che a elaborare un discorso autonomo.

Per i democratici questa è una buona notizia: ai loro occhi ogni giorno che passa, è un giorno in meno che il presidente ha a disposizione per convincere gli elettori indecisi. Già, gli indecisi: molta di questa campagna si gioca su di loro. Secondo i sondaggi a livello nazionale, Biden è in testa in 10 punti percentuali su Trump. Un’analisi di YouGov pubblicata l’11 settembre, evidenzia che a meno di due mesi dal 3 novembre (giorno del voto) il supporto per i candidati resta stabile: non ci sono elettori di Trump pronti a passare a Biden, né il contrario. Per questo la scelta che la faranno gli indecisi è fondamentale: secondo YouGov si tratta del 9 per cento dell’elettorato che andrà alle urne.

Un’altra cosa che emerge dal sondaggio è l’importanza che gli americani danno a questa particolare elezione: l’83 per cento degli intervistati dice che "senza dubbio alcuno" andrà a votare. Un’altra fonte inesauribile di numeri è quella che riguarda i finanziamenti. La quantità di soldi a disposizione di ciascun candidato avrà un grande impatto sul tipo di campagna che correrà nelle prossime settimane. A ogni tornata elettorale, le campagne americane risultano fra le più costose del mondo: l’elezione 2016 è costata 2,4 miliardi di dollari secondo l’organizzazione di monitoraggio OpenSecrets.org.

Quest’anno sembrava che Trump avesse un vantaggio incolmabile in termini di grandi finanziamenti, fondamentali per pagare pubblicità e iniziative sul terreno: il presidente infatti è stato dall’inizio l’unico candidato repubblicano in campo e ha iniziato a raccogliere soldi per la rielezione subito dopo essere entrato alla Casa Bianca, quattro anni va. Biden dal canto suo ha avuto molto meno tempo per presentarsi come il volto del partito democratico. Per entrambi i campi, i finanziamenti sono composti da una combinazione di assegni milionari prevenienti da quello che negli Stati Uniti definiamo "big money" (fondazioni, aziende quotate o no in Borsa, cartelli industriali) e di piccole donazioni. Quest’ultime, anche se non hanno un impatto forte sulle casse, svolgono una funzione importante: quella di incoraggiare gli elettori a votare, come ha dimostrato bene la prima campagna Obama-Biden.

Rispetto al vantaggio iniziale di Trump, nelle ultime settimane dai numeri pubblicati dalla stampa Usa sono emerse due tendenze importanti: la prima è che la campagna repubblicana ha già speso gran parte del bottino che aveva in cassaforte, 800 milioni di dollari su un miliardo che era a disposizione, secondo il New York Times. La seconda è che i democratici hanno raccolto nel mese di agosto 150 milioni di dollari più dei rivali: il che vuol dire che parte del mondo di "big money" sta scommettendo su una loro vittoria. Per rispondere a tutto questo, Trump – il primo miliardario a diventare presidente degli Stati Uniti, con un patrimonio personale stimato in 2,5 miliardi di dollari secondo la rivista Forbes - si dice pronto a finanziare la campagna di tasca propria: ma sapere se davvero lo farà è impossibile.

Il presidente fece un’affermazione simile già nel 2016, ma non avendo reso pubbliche le dichiarazioni dei redditi, nessuno ha potuto controllare. Tutto questo mi ricorda la scena nel film The Blues Brothers quando Jake e Elwood sono in macchina per fare l’ultimo folle scatto verso l’ufficio tasse della contea di Cook per pagare le tasse dovute e salvare l’orfanotrofio di sorella Mary Stigmata, detta la Pinguina. Elwood: "Ci sono 106 miglia da qui a Chicago, abbiamo il serbatoio pieno, mezzo pacchetto di sigarette, fuori è buio e noi abbiamo gli occhiali da sole". Jake: "Diamoci dentro".

JOHN FIEGENER

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