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Alla fine ha vinto il metodo cubano. Un banco classico, due alunni: uno sul lato corto e l’altro su quello lungo. Il primo giorno di scuola è andato via così, tutt’altro che liscio, con assembramenti impressionanti davanti ai portoni, piccoli in ginocchio (dicono felici) a disegnare sulle sedie, classi pollaio, lezioni in chiesa, mascherine non sempre disponibili per tutti. Ma le lezioni sono riprese, evviva, anche se la buona notizia finisce qui. Cosa significherà andare avanti per giorni con distanziamenti molto parziali, possiamo immaginarlo. Il punto è che ora bisogna scongiurarlo.

Il ritardo nell’approntare soluzioni solo in parte è comprensibile e da domani diventerà sempre meno giustificabile. Soprattutto se questo ritardo ha che fare con bambini disabili che non hanno insegnanti di sostegno (ne mancano 50 mila) e sono quindi costretti a rimanere a casa, ancora isolati. Almeno siamo partiti, si dirà. Vero. Ma il viaggio non potrà trovare la sua spinta solo nell’entusiasmo dei ragazzi, o essere frenato dalle mille proteste, dalle lamentele di certo anche spropositate delle famiglie.

Il buon senso, la concretezza, la volontà di trovare soluzioni di fronte alla complessità di una vicenda umana che travolge tutti, non potranno bastare se verrà mancato l’obiettivo dell’efficienza. L’Organizzazione mondiale della Sanità ci ricorda che l’Europa è ancora nei guai. E all’Irbm di Pomezia, nei laboratori che producono fiale per la sperimentazione del vaccino contro il coronavirus, sono sì fiduciosi di arrivare a un traguardo entro la fine dell’anno, ma anche allarmati: il Covid-19 non attacca solo i polmoni, bensì diversi organi. Anche il cervello.

LAURA PERTICI

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