(foto depositphotos)

Il pensiero di quanto la pandemia ha trasformato le nostre abitudini, il nostro lavoro, il
modo di comunicare i nostri affetti mi perseguita. E ancor più penso a come si ritroverà l'umanità tra dieci o venti anni e come sarà giudicato questo tempo dalla prospettiva del futuro. Una situazione come l'attuale è paragonabile ai momenti di paralisi che ha vissuto il mondo durante le guerre più importanti. E' normale oggi giudicare la natura umana del passato in epoche di conflitto: libri, films, dibattiti mostrano aspetti conosciuti e meno noti  delle guerre, giudicano l’azione delle principali personalità che hanno influito nelle contese (dai generali al Papa, dal ruolo dei civili a quello dei traditori), esprimono giudizi sul valore e le storture degli uomini nei tempi difficili. La pandemia non sfuggirà al giudizio del futuro. Altri libri, films e dibattiti giudicheranno tra dieci o venti anni il nostro "fare" in una situazione come questa. Le nuove generazioni si interrogheranno sul coraggio e le  vergogne della nostra società, sul fare e il non fare di noi tutti, perché in tempi di pandemia - così come in tempi di guerra - si mostrano gli aspetti più nobili e deleteri delle persone. Nei films del futuro si parlerà molto di quegli individui - che come soldati coraggiosi - hanno sviluppato il meglio di se per affrontare le difficoltà imposte dalla emergenza ed hanno lavorato senza sosta per arginare la calamità. Si parlerà quindi del valore del personale della salute, ma anche dei lavoratori della costruzione, degli agricoltori che mai hanno fatto mancare gli alimenti al nostro tavolo, dei docenti che hanno sfidato la distanza attraverso una nuova forma di insegnamento a distanza, dei tecnologi che hanno programmato soluzioni diverse per proteggere la salute e mantenere il contatto sociale frammentato dalla separazione imposta dal virus. Si segnalerà il contributo delle forze dell’ordine, che non hanno pretestato di rimanere a casa, o gli scienziati che hanno rubato ore al sonno per migliorare la protezione contro il virus; o dei giornalisti della stampa scritta e televisiva che non hanno risparmiato tempo di lavoro per mantenere comunicata e informata la società globale. Ma i libri e i films del futuro parleranno anche dei vigliacchi, di coloro che in epoca di pandemia si sono trincerati dietro la propria nullità e hanno trasformato la pandemia in una suprema causa per "non fare", per non lavorare, per galleggiare nella propria pigrizia. Si parlerà molto di quei cittadini che in epoca di necessità si sono negati a tutto "per principio". Si ricorderà coloro che in nome dell'emergenza sanitaria si sono riparati dietro una ipotetica paura, che altro non è che una naturale riluttanza a lavorare, ad aiutare la comunità in cui sono inseriti, a mostrare lo scarso coinvolgimento in un problema di enormi dimensioni. Quanti di noi hanno visto ritardare pratiche essenziali per la vita in società, solo perché il funzionario di turno ha affermato con volto adusto che "l’ufficio è chiuso perché stiamo difendendoci dal contagio; torni un altro giorno o un altro mese..."? Penso quindi che questa epoca cosi straordinaria e complessa é anche una opportunità per riflessioni sulle nostre vite, le nostre responsabilità di persone che vivono in comunità, la nostra resilienza e solidarietà, contrapposta all'egoismo di coloro che usano la pandemia solo a pretesto del loro "non fare". Quindi mi piace pensare che oggi - più che mai - ci troviamo di fronte alla "sfida del fare": oggi siamo in guerra contro un virus sconosciuto ed è l’azione solidale che ci consentirà sconfiggerlo, proprio come tanti soldati e partigiani lottarono per recuperare la libertà dei loro paesi. Dante Alighieri, che di natura umana ne conosceva molto, pone gli "ignavi" in un circolo all'entrata dell’Inferno, dove sono costretti a girare nudi per l'eternità inseguendo una insegna, che corre velocissima e gira su se stessa. Punti e feriti da vespe e mosconi, il loro sangue, mescolato alle loro lacrime, viene succhiato da fastidiosi vermi. Di fronte alla viltà di coloro che vissero da vili, Virgilio dice al sommo poeta "Non ragioniam di loro, ma guarda e passa". Gli "ignavi" dei nostri tempi sono proprio coloro colpevoli del maggiore peccato: quello di aver mostrato indolenza e viltà di fronte
alle responsabilità contemporanee.

JUAN RASO

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