Coronavirus, governo al lavoro per nuovo Dpcm (foto depositphotos).

Si discuterà ancora a lungo sui risultati del voto di domenica scorsa che, questa volta, i sondaggi avevano largamente previsto. Anche se, al momento, questi risultati non sembrano porre problemi al governo che, a giudizio di alcuni, uscirebbe addirittura rafforzato dalla competizione elettorale, non si può negare che, ancora una volta, è apparsa evidente la divaricazione tra la maggioranza parlamentare e quella che si va determinando nel paese. Vorremmo, tuttavia, soffermare la nostra attenzione sulle conseguenze della vittoria del "sì" nel referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari. Si è trattato di una vittoria netta che la rimonta del "no" nelle ultime settimane non è riuscita a ribaltare, nonostante il "no" abbia ottenuto più del trenta per cento dei consensi (una percentuale, cioè, di tutto rispetto). Questo risultato, però, impone, ora, una qualche riflessione. Partiamo da una constatazione: le forze politiche, al di là di qualche frangia minoritaria, si sono pronunciate quasi unanimemente in favore del "sì". E, dunque, che quello che ha visto raccolti attorno al "no" il trenta per cento e passa degli italiani non può essere assolutamente considerato un risultato spregevole. A questo dato si aggiunge una seconda considerazione: le forze politiche, tutte le forze politiche, anche in virtù dei limiti di coloro che li rappresentano, brillano per la loro mediocrità. La vittoria del "sì" più che agli appelli dei partiti è dovuta proprio alla sfiducia dell'opinione pubblica negli uomini della politica ai quali ha detto, in sostanza: meno siete, e meglio stiamo". C'è bisogno di una svolta che valga a riempire di contenuti la scatola vuota della politica. Non si può non prendere atto, allora, che, sia pure con molti limiti, la campagna elettorale referendaria, ha visto raccogliersi attorno al "no" una possibile classe politica alternativa. Preso atto che, con ogni probabilità, il centrodestra, al momento, è in maggioranza nel paese è che la dialettica democratica si articola sulla contrapposizione tra una maggioranza e un'opposizione è lecito chiedersi se la coalizione Pd-Cinquestelle-Italia viva sarebbe in grado di esercitare efficacemente il ruolo dell'opposizione. La risposta a questo interrogativo non può, allo stato, non essere negativa. Zingaretti, nonostante una stampa compiacente lo accrediti come un vincitore della tornata elettorale, gestisce il partito a un livello di notevole mediocrità; i cinquestelle, anche se Di Maio - ma soltanto lui - parla di strepitoso successo del suo movimento, appaiono in progressivo sfaldamento; Italia viva, nonostante l'impegno del suo leader, è sempre più un'occasione mancata. A fronte di questa coalizione sgangherata, il dibattito che ha preceduto il referendum ha messo in luce quello che potremmo definire "il partito del no" un partito che ha visto scendere in campo politici, giornalisti, intellettuali che, infrangendo i rispettivi vincoli di appartenenza, si sono spesi nella difesa di quelli che ritenevano i valori costituzionali. È possibile che ora tutti costoro, anziché disperdersi, si ritrovino uniti proprio in nome di quei valori e di una reale politica riformista sempre enunciata ma mai attuata? Non lo sappiamo, ma al di là delle rispettive collocazioni, c'è da augurarselo.

OTTORINO GURGO

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