Contro l’ultimo Dpcm si rivoltano un po’ tutti. L’Unione Industriali, la Scuola, le grandi città, i titolari di ristoranti e bar, gli sport dilettantistici, lo sci. E la cultura: artisti, registi, direttori e proprietari di teatro. Contestatori civili, tutti pacifici, nulla a che vedere, per carità di Dio, dai manifestanti violenti che qua e là stanno avvelenando il clima nel Paese colpito da provvedimenti contraddittori in alcuni casi ed essenzialmente senza essere supportati da corrette spiegazioni. Esempi: perché diventa proibito lo sci? E perché a tavola ora bisogna essere tassativamente in quattro e non più cinque? La gente vorrebbe capire, pretende di capire. E soprattutto avverte l’esigenza di individuare come e dove in alto loco sono stati commessi errori, che appaiono evidenti. Detto questo, viene imposta la chiusura a cinema e teatri, "alle sale da concerto e altri spazi anche all’aperto".

Il mondo dello spettacolo e della cultura ha scritto una lettera al premier Conte e al ministro Franceschini per scongiurare la chiusura di teatri e cinema. I firmatari ritengono che lo stop "avrebbe conseguenze nefaste sul comparto e sullo spirito dei cittadini". Gli assessori delle città italiane chiedono a Conte di rivedere le norme del Dpcm e di varare aiuti per gli addetti del settore. "La misura produrrà effetti economici disastrosi". Tra i firmatari dell’appello al Governo, anche uno storico regista. Marco Bellocchio, ottant’anni. "Le nostre sale sono un posto sicuro", ha dichiarato al quotidiano La Repubblica. "Neanche le bombe della seconda guerra mondiale fermarono cinema e teatri. Una sciagura chiuderli ora. È una stangata inaspettata. Il cinema è un bene primario e un grande simbolo, una possibilità di sogno e di speranza".

La stima relativa alla perdita di introiti e diretti per il mondo dello spettacolo, calcolata fino al 24 novembre, è di 61 milioni di euro. La perdita riguarda ingressi e biglietti. Il volume d’affari del settore (cinema, teatri, concerti e spettacoli dal vivo) supera 3 miliardi e 150 milioni. Il rapporto con il Pil del Paese è pari allo 0,18 per cento, dato Istat. L’ufficio Studi e Programmazione Agi informa che gli spettatori agli spettacoli sono stati 347mila, dal 15 giugno al 2 ottobre, con una media presenze di 130. I contagiati Covid registrati? Soltanto uno. "Non si capisce perché le messe sono consentite e gli spettacoli no", eccepisce Walter Veltroni, giornalista e scrittore, già esponente di spicco della sinistra in Italia, e tante altre cose.

La protesta del mondo della cultura a difesa delle sale. Il premier Conte ha parlato di "decisione sofferta"; il ministro Franceschini promette sostegni immediati. Ma in questo caso diventano palesemente a rischio 142mila posti di lavoro. Molte le proteste, una all’esterno del Teatro Strehler a Milano. Il mondo della cultura resta in trincea. Irati, Nanni Moretti, Pupi Avati, Enrico Vanzina, Gianni Amelio, i gestori delle sale, le fondazioni liriche, le compagnie di prosa e di danza: tutti, un blocco, il monolite della cultura. Monta il timore di essere arrivati al colpo finale, quello che potrebbe mettere definitivamente in ginocchio un settore già debole di suo. Eguale e preciso a quello della ristorazione. Una catastrofe, appena appena attenuata dalla Cig e dai contributi del Fondo emergenze del ministero per i Beni e le Attività culturali.

Il presidente dell’Agis, Carlo Fontana, è particolarmente critico verso il Dpcm. "I luoghi di spettacolo si sono rivelati tra gli spazi di aggregazione sociale più sicuri. Abbiamo sostenuto onerosi interventi per elevare il livello di prevenzione". Agis ha consegnato al governo un report del suo ufficio studi. "La botta a questo punto diventa difficilmente superabile". Il settore invoca interventi urgenti a tutela della sale. Li chiede con forza l’Associazione nazionale esercenti cinema. "Nei cinque mesi successivi alla ripartenza abbiamo più volte chiesto invano al governo un sostegno per una forte campagna che comunicasse quanto da noi fatto: ingressi contingentati, distanziamento dei posti, termo-scanner". La lettera di protesta contro il Dpcm non è solo quella degli operatori. L’invito alla riapertura immediata di sale cinematografiche e teatri arriva anche da dieci assessori alla Cultura. Primo firmatario Luca Bergamo, di Roma Capitale. "State colpendo il settore produttivo che più di ogni altro ha saputo adottare misure efficaci. L’ingiusto provvedimento sarà la causa di effetti economici disastrosi".

In materia di appelli risulta particolarmente accorato quello contenuto nella lettera aperta indirizzata a Conte e Franceschini da registi, sceneggiatori e da alcune sigle del comparto. "La cultura è un bene primario come la salute. Azzerarne oggi una parte fondamentale come quella dello spettacolo è un’azione priva di logicità e utilità". Parole indubbiamente forti, ma riusciranno a provocare ripensamenti del premier e del ministro? "L’eliminazione degli unici presidi di socialità sicuri, alternativi alla movida di strada e alla convivialità dei locali di ristorazione, comporterebbe il disorientamento di quella parte della popolazione che meglio sta reagendo alla pandemia". Lo spettacolo è finito, si sono spente le luci, ma gli amici non se ne vanno. Restano in trincea, a combattere. Mentre il calcio professionistico con i suoi contagi e le positività crescenti e ricorrenti, continua a giocare. Ma volete mettere? Dicono: è la quarta industria del Paese, non può fermarsi, e allo Stato porta vagonate di miliardi. Vale quindi l’antico detto napoletano, così traducibile: "il cane morde sempre lo stracciato".

Franco Esposito

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