Rush finale per le elezioni in America. Già oltre 60 milioni di persone hanno espresso in anticipo la loro preferenza per posta o recandosi personalmente ai seggi per scegliere il nuovo presidente degli Usa e il nuovo senato. Alle migliaia di articoli, dossier, servizi radiofonici e televisivi affrontiamo brevemente l’aspetto della comunicazione e dell’informazione che sono elementi fondamentali in un Paese di 334 milioni di abitanti (censimento in corso con previsioni di un aumento dell’8 per cento sul 2010). I media americani non si sono risparmiati in battaglie, schierandosi gran parte a favore dello sfidante Joe Biden, anche per i contrasti che hanno caratterizzato i rapporti del presidente Donald Trump con i giornalisti. Scontri, smentite, incomprensioni, cambiamenti dei portavoce della Casa Bianca: quattro anni di guerriglia dialettica. Il tutto concluso con inchieste sulle poche tasse pagate dal presidente, nonostante il suo immenso patrimonio e sui previsti tre confronti faccia a faccia con lo sfidante, secondo le regole fissate dal "Federal election committee".

Ma dopo la rissa verbale del primo confronto tv del 29 settembre condotto da Chris Wallace di Fox News (considerato il peggiore di tutti i dibattiti per la presidenza Usa) il secondo faccia a faccia (in presenza del 24 ottobre) è stato meno teso grazie anche ai microfoni "silenziati" a turni alternati. Sul palco della Belmont University di Nashville (Tennessee) Donald Trump è stato messo in difficoltà dall’anchorwoman afro-americana della Nbc news, Kristen Welker, che conduce l’edizione del sabato del popolare Today insieme a Peter Alexander. Scintille a distanza tra Trump a Miami, incalzato da Savannah Guthrie, anchorwoman della Nbc, che ha fermato l’oratore con un deciso "lei è il presidente, non lo zio scemo che twitta a caso" e Joe Biden che a Philadelphia ha avuto un percorso facile con il vecchio lupo di mare del giornalismo televisivo, George Stephanopoulos di Abc.

Non sembra che i media abbiano spostato eccessivamente gli orientamenti degli elettori Usa mai così tanti alle urne. "Tra sogno americano" del partito dell’Elefantino (rosso) e il socialismo del partito dell’Asinello (blu) lo scontro sembra tra due concezioni differenti della società, della politica internazionale, della gestione della pandemia da virus e dei fenomeni razzisti. In quest’ultima settimana pre-elezioni sono venuti alla luce due aspetti riguardanti la pubblicità e gli interventi per bloccare le fake news. Le inserzioni certificate sui big del web avrebbero raggiunto la somma di 4.122.941 dollari a favore di Biden e di 3.661.039 per Trump. Il tutto nella massima trasparenza sui contenuti, sul pagamento e sui committenti. Facebook, che era stato accusato nel 2016 di scarso controllo sulle fake news e sulle campagne di disinformazione di massa, ha stretto i freni. Niente pubblicità e messa a disposizione di tutti un "osservatorio speciale, evidenziando scenari prima e dopo le elezioni".

Sono stati già rimossi migliaia di contenuti su Facebook e su Instagram coinvolti nella creazione di notizie false. Un ruolo interessante in questa campagna elettorale lo ha svolto la stampa locale. Si è notato cioè un impegno crescente, tanto che uno dei grandi quotidiani come il New York Times ha svolto un’inchiesta per evidenziare come i piccoli quotidiani siano ben distribuiti fisicamente e digitalmente sul territorio Usa. Anzi, sono nate due catene coordinate: una la Journatic del ceo Brian Timpone a favore dei repubblicani, l’altra l’Acronym di Tara McGowan, filo-democratica.

Sergio Menicucci

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