La Dieta Mediterranea, di cui oggi ricorrono i dieci anni dall’iscrizione nelle liste Unesco come Patrimonio Intangibile dell’Umanità, ha contribuito nei secoli alla costruzione di un’identità che è ormai andata ben oltre i confini territoriali o alimentari.

Il cibo è vita, nutrimento, ma è anche un potente veicolo di valori, cultura, simboli e identità. Il cibo è socialità e favorisce l’integrazione e la comprensione interculturale facilitando i rapporti in ogni contesto anche quelli più formali. La Dieta Mediterranea, infatti, è diventata per il nostro Paese un vero e proprio “soft power” capace di costruire un futuro “informato”, che parte dal locale per agire su scala globale fatto di storia, cultura, tradizioni, rituali, mestieri, condivisione e gusto.

Un modello per affrontare concretamente i prossimi anni, rispondendo alle sfide che gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda ONU 2030 e la nuova strategia Farm to Fork Europea per la riduzione degli impatti ambientali dell’agroalimentare ci pongono di fronte. Perché mangiare è un atto essenziale per la vita dell’uomo, e la grande sfida della nostra era è riuscire a preservare il pianeta, nutrendo l’uomo in modo sano e avendo cura per ecosistema che lo accoglie, modello pienamente in armonia con i principi della Dieta Mediterranea.

Soprattutto oggi, mentre siamo nel mezzo di 3 crisi epocali, interconnesse: quella ambientale, quella sanitaria e quella alimentare. Questo momento storico ci richiede di affrontare i paradossi, accelerare i processi verso la transizione green e riequilibrare i sistemi agroalimentari tenendo bene in mente il concetto di ecologia integrale, sia a livello mondiale che a livello locale. Paradossi e disequilibri che la pandemia ha reso ancora più visibili e acuti.

La connessione tra il cibo, la salute e la crisi climatica deve essere compresa ed affrontata, passando attraverso una partecipazione inclusiva ed estesa, in cui abitudini alimentari sostenibili siano accessibili a tutti e affrontate in modo proattivo dalle leadership politiche.

A dieci anni dalla nomina, si consolida quindi la consapevolezza di quanto la Dieta Mediterranea sia ben più di un semplice modello alimentare, ma un bagaglio di scienza, saperi tradizionali, competenze e di valori identitari generati da un territorio, il Cilento, che può essere considerato come un vero e proprio laboratorio di biodiversità di terra e di mare, capace di sprigionare una ricchezza naturale unica al mondo.

Il Bacino del Mediterraneo ha il potenziale per incarnare nuovamente, come in passato, il valore della relazione tanto che rapporto tra Europa e Africa si sta spostando dall’aiuto sociale a forme di collaborazione e partenariato reciproco.

Inoltre il nostro Paese si prepara ad accogliere il G20, ospiterà il Pre Summit sui Food Systems delle Nazioni Unite a Roma, e a Milano la Pre COP26 dedicata ai giovani, la generazione a cui stiamo lasciando un Pianeta malato e che vogliamo e dobbiamo coinvolgere sempre di più ai tavoli politici e tecnici che si occupano del loro futuro.

A loro, come Future Food Institute insieme alla eLearning Academy della Fao abbiamo dedicato un programma per formare “Climate Shapers”, ragazzi (giovani scienziati, attivisti, innovatori, agricoltori, chef, imprenditori) provenienti da ogni parte del mondo, accomunati da un’unica grande motivazione, salvare il pianeta Terra partendo dalla rigenerazione dei sistemi agroalimentari, ripensando la produzione, la distribuzione ed il consumo di cibo.

Gli ingredienti per influenzare quel cambiamento oggi necessario sono già a nostra disposizione e in quella che l’ONU ha definito la “decade of action” per raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030, ognuno di noi deve fare la sua parte. Non possiamo permetterci di sprecare questa opportunità.

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