Salvini (Depositphotos)

Noi democristiani abbiamo deciso di separare la nostra strada da Salvini: con chiarezza, senza giri di parole. Ci può stare qualche accordo amministrativo con la Lega, ci mancherebbe: gli amministratori leghisti- specie nel Nord -sono di buon livello, e quasi sempre meritevoli del consenso che raccolgono.

Anche il leader della Lega è una persona per bene. Lo dico perché lo penso, non per retorica democristiana. Salvini è onesto, schietto, privatamente anche garbato. Ma non può essere il nostro leader alle prossime elezioni politiche. Non può essere il leader dei dc del centrodestra, e nemmeno di Forza Italia. La differenza tra noi e i forzisti è che loro ancora si illudono, affezionati come sono alla narrazione di Berlusconi creatore del centrodestra e dunque condannato a cullare la sua creatura.

La verità è che questo non è il centrodestra di Berlusconi. Proviamo a fare il gioco delle differenze, e di qui discenderanno le ragioni del nostro no alla leadership di Salvini.

Prima differenza: Berlusconi ha alleato destra missina e lega secessionista, ma le ha costrette a una evoluzione. Fini andò a Fiuggi e fondò una destra democratica e rispettabile. Alleanza Nazionale; Bossi depose i fucili padani e giuró da ministro sull'unità nazionale. Salvini invece incorpora nella Lega suggestioni a destra del vecchio MSI, trasforma il partito padano-fieramente antifascista-in una formazione gemellata con la Le Pen; coltiva le parole d'ordine più estreme fin qui echeggiate solo nei comizi di Forza nuova.

Seconda differenza: Berlusconi era leader perché fondatore della coalizione, Salvini aderisce solo a un patto in forza del quale tre partiti si sono presentati assieme con l'impegno che la guida del governo sarebbe andata al più forte dei tre. Vinta la gara interna, Salvini ha disdegnato il tentativo di formare un governo e si è infilato nel governo populista di Di Maio. Ne è uscito quando ha creduto di potersi annettere in un sol colpo centrodestra, governo e Quirinale, ed è finito sugli scogli. Davvero non si è rivelato un condottiero affidabile e vincente.

Terza differenza: Berlusconi curava la coalizione, Salvini no. Riunisce i due leader di Fi e Fdi nelle occasioni terribili. Non ha nessun rapporto con la base parlamentare, forse nemmeno della Lega. Snobba i partiti minori che Berlusconi curava e grazie ai quali vinceva partite in bilico.

Quarta differenza: Berlusconi cercava di condizionare i partiti alleati, ma li rispettava. Salvini li disprezza, non perde occasione di umiliarli, fino all'ultima dolorosa circostanza dell'arresto dell'esponente calabrese di Fi su cui Matteo si è affrettato a sputare veleno.

Quinta differenza: Berlusconi coltivava la coalizione come unione di partiti, Salvini vede se stesso e il suo popolo, al massimo riconosce sensibilità diverse che incorpora direttamente nella Lega, arruolando deputati forzisti alla Ravetto o democristiani alla Figuccia.

E' la 'disintermediazione', bellezza: ritiene di non aver bisogno di Berlusconi per parlare con gli elettori forzisti, né di Cesa e Rotondi per parlare coi democristiani.
Ce ne è abbastanza per un garbato rito di congedo: buona fortuna a Salvini, ma alle elezioni politiche le nostre strade si dividono. Ci auguriamo che al nostro tempismo democristiano segua presto il colpo d'ala e la zampata vincente del vecchio leone di Arcore.

Gianfranco Rotondi

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