La carne sintetica, creata cioè in laboratorio è realtà e arriverà presto sulle tavole dei consumatori. Magari convincerà pure i vegani più incalliti. E il motivo è semplicissimo. Non deriva da animali, non sacrifica l’ambiente e soprattutto non ci farà ammalare, come sembra faccia la carne di manzo.

LA “RICETTA” DEL PROFESSOR POST.

La carne sintetica però non è una novità. Il primo assaggio risale al 2013. Mark Post, docente di Ingegneria dei tessuti all’università di Eindhoven e Tecnologia biomedicale all’ateneo di Maastrich, presentò il suo hamburger creato in laboratorio, a partire dalle cellule muscolari di una vacca allevate in un incubatore, immerse in un liquido a base di zucchero e vitamine per circa 7 settimane: meno di quanto serva a madre Natura per far crescere un manzo.

Gli chef dissero che l’hamburger – costo di produzione attorno ai 300 mila dollari – aveva sapore, aspetto e odore di uno tradizionale; era solo un po’ più asciutto, per via dello scarso contenuto di grassi. Tanto che ora il professor Post, per perfezionare la sua “ricetta”, “alleva” anche cellule di grasso all’interno dell’azienda olandese Mosa Meat, di cui dirige la divisione scientifica. Un lustro dopo siamo oltre il lab-burger (o Frankenmeat, come la ribattezzarono i media).

LA CULTURED MEAT. 

La cultured meat, carne – non più solo di manzo, ma anche di pollo e persino di pesce – coltivata in provetta è da molti definita clean meat: generata in ambiente sterile, supera il problema dell‘antibiotico-resistenza, cioè la capacità dei batteri di immunizzarsi ai farmaci antibiotici (il 70% dei quali è usato negli allevamenti intensivi di animali).E sarebbe sostenibile perché, non necessitando della macellazione di animali, potenzialmente soddisfa senza costi per l’ambiente una domanda destinata a crescere con l’aumento della popolazione mondiale.

In attesa che gli organismi di vigilanza sulla materia – dalla Food and Drug Administration americana all’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare – dicano la loro, alcuni big dell’industria del cibo, fiutando il business, hanno scommesso in questa nicchia. Se si seguono i soldi si scopre che il 2018 è l’anno in cui comincia la svolta di questa rivoluzione gastro-tecnologica.

Ad agosto il colosso mondiale dell’agribusiness Cargill e nomi noti degli investimenti nell’innovazione come Bill Gates, Richard Branson e il fondo di venture capital Atomico (tra i primi a credere in Skype) hanno acquistato azioni di Memphis Meats, azienda californiana che a gennaio 2016 ha fritto la sua prima polpetta coltivata in laboratorio. Costo di produzione: 18mila dollari ogni 500 grammi circa.

L’OBIETTIVO.

Con le prime ali di pollo, nel marzo scorso, si era scesi 3 mila dollari per 500 grammi. Oggi Memphis Meats dichiara di poter coltivare carne in laboratorio a 3-5 dollari entro i prossimi tre anni. “Vogliamo esplorare le potenzialità di questo segmento in crescita del mercato delle proteine, e dare ai consumatori un ventaglio di prodotti completo”, ha spiegato Sonya McCullum Roberts, a capo degli investimenti di Cargill. Bryan Wyrwas e Mike Selden, biochimici ventenni fondatori di Finless Foods, hanno applicato la procedura della creazione in vitro alla carne di pesce, con l’obiettivo dichiarato di preservare l’ambiente marino.

Prelevano le cellule dai pesci appena morti dell’acquario di San Francisco, con il quale hanno stretto un accordo, e in 24 ore ne fanno proliferare il doppio, coltivandole in una soluzione di sali, carboidrati e proteine, ha raccontato Wyrwas al Guardian, annunciando lo sbarco sul mercato del loro tonno entro il 2019. Tyson Foods, secondo produttore al mondo di carne tradizionale, ha comprato nel 2016 il 5% di Beyond Meat, azienda di Los Angeles famosa per i suoi hamburger di carne bovina e di pollo realizzati a partire da vegetali: il segreto sta negli eme, gruppi di molecole contenenti ferro presenti anche nelle piante, che conferiscono alla carne in provetta sapore, colore e valori nutritivi analoghi a quella di derivazione animale.

I prodotti di Beyond Meat, punto di riferimento tra i vegetariani, sono venduti dai principali retailer tra Usa, Regno Unito e Hong Kong. Il ragionamento di Tyson Foods è semplice: se non puoi combattere la concorrenza dei produttori di proteine vegetali – che evidentemente esiste – , unisciti a loro. È invece top secret la ricetta con cui Hampton Creek, stando agli annunci del ceo Josh Tetrick, lancerà sul mercato proprio nel corso del 2018 la sua cultured meat.

L’azienda, nata 7 anni fa, è famosa soprattutto per la maionese vegana e più di recente per le fake egg, uova strapazzate create in laboratorio a partire da fagioli. Forte di investitori come Khosla Ventures, oggi è valutata 1,1 miliardi di dollari. Con la stessa tecnica di Beyond Meat lavora anche Impossible Foods, i cui prodotti si possono assaggiare in oltre 500 ristoranti di 15 Stati americani, che ha incassato ad agosto 75 milioni di dollari dal fondo d’investimenti Temasek, di proprietà del governo di Singapore. In Asia la questione approvvigionamento è diventata cruciale.

PECHINO HA INVESTITO 300 MILIONI DI DOLLARI.

La Cina, con oltre 1,3 miliardi di abitanti e solo il 7% di terreno coltivabile a livello globale, importa carne per circa 11 miliardi di euro all’anno. Gli analisti di Rabobank hanno calcolato che la domanda di proteine animali aumenterà di più di 6 tonnellate all’anno entro il 2020. Forse è anche per questo che tra i primi finanziatori di Impossible Foods c’è l’imprenditore cinese Li Ka-Shing. Di certo è il motivo per cui a settembre Pechino ha investito 300 milioni di dollari in tre laboratori di cultured meat israeliani: Future Meat Technologies, Meat The Future e SuperMeat. Quest’ultima – che preventiva di lanciare sul mercato il primo petto di pollo coltivato in provetta entro tre anni – a inizio gennaio ha chiuso un accordo di partnership con PHW Group, primo produttore di pollo in Germania e terzo in Europa. Insomma, la carne prossima ventura sarà un surrogato in provetta. Costerà come un pranzo gourmet per vegani, e magari conquisterà anche loro.