Centomila morti nascosti sotto il sombrero dell’ipocrisia messicana, il narcotraffico.
La dictablanda o la dictadura del Venezuela, le due monete a Cuba, nella più inaccettabile delle contraddizioni per un Paese socialista, la tangentopoli che ha squassato il Brasile e sembra non finire mai, una Colombia post-pacificazione in cui la stabilità è ancora una chimera.

Le elezioni presidenziali in programma in quest’Omerica Latina, ops, America Latina, sono eventi sempre importanti e talvolta allarmanti per le modalità in cui vengono organizzate.
Centinaia di milioni di elettori si preparano a scegliere governi e presidenti; la “Psicologia delle folle” di Gustave Le Bon, scritto più di cento anni fa, ci ricorda che «nella storia l’apparenza ha sempre avuto più importanza della realtà. L’inverosimile prevale sul reale». E quaggiù nel subcontinente, tra realismi magici e labirinti borghesiani, l’illusione di una crescita meno devastatrice e una distribuzione più equa si è frantumata sugli scogli della corruzione. Nella mappa degli appuntamenti elettorali il populismo regna sovrano, pur declinato in modalità autoctone.

BRASILE
La campagna elettorale in pieno svolgimento è dominata da un’inchiesta giudiziaria definita “Lava Jato”, autolavaggio, la “Mani pulite” brasiliana che sembra non finire mai. L’attuale presidente in carica, Michel Temer, segue una linea politica liberista ma gode di una consenso personale molto basso, non superiore al 10%, esiguo e responsabile di quella disaffezione alla politica che affligge gran parte dell’elettorato brasiliano. Ma anche l’ex presidente Luiz Inacio Lula da Silva attraversa una stagione tormentata: i suoi guai con la giustizia trascolorano in una vera e propria telenovela di mille puntate in cui vanno in scena le sentenze giudiziarie e i ricorsi di un leader che per due mandati consecutivi ha spinto il Paese nell’empireo dei Grandi. Eppure non potrà candidarsi, proprio in seguito a una
sentenza giudiziaria che gli sottrae questo diritto. Ecco perché«l’elezione di ottobre rischia di trasformarsi in un referendum pro o contro Lula». È questa la conclusione cui sono approdati gli esperti intervenuti a Roma in un recente incontro organizzato da Mediatrends, osservatorio latinoamericano guidato da Roberto Montoya.

VENEZUELA
Tra due settimane sapremo se il favoritissimo Nicolas Maduro rimarrà sulla tolda della presidenza di un Paese sfibrato e diviso, da un’aspra crisi economica e da una guerra di nervi tra due fazioni. Gli avversari e i sostenitori del chavismo senza Hugo Chavez oppongono due visioni di Paese totalmente divergenti. Il Socialismo del XXI secolo, il cui ideologo è stato Chavez, ha aperto le braccia ai medici cubani, all’intelligence cubana e ai maestri cubani. Las misiones, i programmi sociali venezuelani, hanno inizialmente lenito le sofferenze degli esclusi ma la maledizione delle materie prime (l’oro del Venezuela) si è fatalmente accanita anche qui, tra chi non ha voluto costituire e ricostruire un’economia non solo petrolio dipendente. I risultati sono devastanti: l’inflazione al 1200 per cento e
un Paese sull’orlo della guerra civile. Dietro le quinte, alle spalle di chavisti e antichavisti, amici e nemici di primo piano. Cina e Russia a supporto dei governativi e Stati Uniti a sostegno dell’opposizione venezuelana. In mezzo 31 milioni di abitanti della Terra di Grazia, venne battezzato così il Venezuela da Cristoforo Colombo. Proprio 20 anni fa, l’ex presidente del Venezuela, Hugo Chavez, nella cerimonia di insediamento, pronunciò solennemente la frase di rito, modificandola beffardamente: “Giuro su questa moribonda Costituzione”. Almeno su questo, non gli si può dare torto.

CUBA
L’isola caraibica resta al centro dell’attenzione degli osservatori internazionali, dalla Revolucion del 1959 a oggi. Quest’anno sarà un anno chiave: Raul Castro ha lasciato la presidenza a Miguel Diaz Canel e quindi, tecnicamente, dopo la lunga stagione del lider maximo Fidel, terminerà il castrismo. Impossibile prevedere quale sarà il futuro economico e politico dell’isola socialista anche perché le aperture mostrate dall’ex presidente Barack Obama, che avrebbero dovuto condurre alla fine del famigerato embargo, sono state bloccate da Donald Trump che mostra intransigenza e indisponibilità al dialogo. Chissà, il 2018 potrebbe essere quello di Diaz Canel nei panni di un Gorbaciov cubano». Le due valute, il peso nacional (usato dai cubani) e il peso convertibile (utilizzato dai turisti), a tassi di cambio con il dollaro molto divergenti, è la prima sfida del nuovo governo: due monete, due economie, un’immensa disparità sociale.

MESSICO
Il Muro che Trump vorrebbe rafforzare, alzare e allungare ha raggelato i rapporti con gli Stati Uniti fin dalle prime ore della vittoria di “The Donald”. Un muro di invalicabilità che ha un doppio valore simbolico: migratorio ed economico. Sul tavolo dei rapporti bilaterali tra Città del Messico e Washington vi è anche la riscrittura del Nafta (l'accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico). Le elezioni in programma il 1°luglio, al di là dei nuovi programmi di politica commerciale da adottare con Trump, srotolano vari spunti interessanti: per esempio il ruolo della Russia che, oltre al petrolio messicano, è interessata evidentemente a una presenza “virtuale” lì, al confine con gli Stati Uniti. Ma quest’inquietante Trump - secondo vari analisti latinoamericani - potrà essere, oltre che una disgrazia, anche un’opportunità per la regione. Magari per ridisegnare il proprio ruolo geopolitico e riposizionarsi in quella che gli storici economici chiamano divisione internazionale del lavoro. E i politologi di oggi, nuovi equilibri di una fase emergente, quella della post-globalizzazione.

Roberto Da Rin