Si è svolta la tradizionale festa della bagna cauda a Colonia Valdense organizzata dalla Famiglia Piemontese. Un’iniziativa cresciuta anno dopo anno e che per questa occasione è stata dichiarata di interesse da parte del dipartimento di Colonia. “Un successo sognato da tanti anni” hanno commentato entusiasti gli organizzatori a Gente d’Italia. “Il nostro desiderio era che diventasse una festa per tutta la città. Così è stato e ne siamo orgogliosi. Aver ricevuto l’appoggio delle autorità del dipartimento è stato un riconoscimento importantissimo che ci ha consentito una maggiore visibilità. Abbiamo fatto il tutto esaurito in poco tempo, c’è stata una domanda superiore alle nostre capacità”.

L’idea di organizzare una festa gastronomica è nata una decina di anni fa quando l’associazione decise di rinnovarsi offrendo alla cittadinanza qualcosa di nuovo e di originale puntando sul campo gastronomico. Per alcune famiglie italiane della zona era un piatto sconosciuto. Per altre, invece, era un modo di ritornare a gustare una tipica ricetta della loro infanzia. Ecco dunque l’idea di riproporre la bagna cauda, uno dei piatti tipici della cucina piemontese, che letteralmente in italiano significa “salsa calda”.

Profonde sono le sue radici storiche che ben si inseriscono nella storia di Colonia Valdense, cittadina uruguaiana fortemente legata al Piemonte. Fu fondata, infatti, nel 1856 da un gruppo di undici famiglie di religione valdese provenienti da Torre Pellice in provincia di Torino. Tiziano Costabel, attualmente presidente dell’associazione, è stato uno degli ideatori di questa festa: “All’inizio non è stato facile. Molta gente non era abituata ma poi, pian piano e grazie al passaparola, è cresciuta molto fino a quest’ultima edizione che ha avuto un risultato incredibile con gente venuta da tutta la regione. Questa iniziativa è un modo per ritrovarci e allo stesso tempo difendere la nostra cucina. La nostra identità”.

I fratelli Costabel sono stati tra gli ultimi italiani ad arrivare in queste terre nel 1967; nella loro famiglia si mischiano origini venete e piemontesi. Sono cresciuti a Castelgomberto, nel vicentino, mentre la famiglia paterna è originaria di Luserna San Giovanni, piccola località della Val Pellice. Claudio, ex presidente dell’associazione, ha usato parole simili a quelle del fratello: “Cerchiamo di conservare le nostre radici e diffondere la cultura ma non è sempre facile. Qui il fenomeno migratorio si è ormai esaurito, oggi restano i discendenti e naturalmente con il tempo le cose si perdono. Il nostro obiettivo, comunque, è preservare il più possibile la storia di questa comunità”.

“Ci siamo accorti” – ha proseguito – “che la gastronomia ha un grande successo che ci permette di uscire dai tradizionali canali italiani. In definitiva: può essere un modo efficace per difendere l’italianità”. La bagna cauda è un pietanza molto sostanziosa, solitamente viene considerata come un pasto unico ma talvolta può essere servita anche come antipasto. È necessaria una minuziosa preparazione: “Più che un piatto, in realtà, è un rito collettivo che prevede la condivisione del cibo in forma collettiva. Insomma, rappresenta un simbolo dell’amicizia e dello stare insieme”.  Contiene diversi ingredienti, soprattutto acciughe ed aglio che formano una particolare salsa che è accompagnata da varie verdure cucinate a parte, tra cui: cipolle, carote, peperoni, broccoli, cavolfiori, finocchi, sedani, cardi e patate. A queste si possono aggiungere anche delle croste di pane.

“Ma non c’è un numero esatto di ingredienti per accompagnare la salsa. Queste erano tutte le verdure tipiche del periodo invernale che si trovavano nelle case”. Le acciughe, in particolare, richiedono una grande preparazione venendo dissalate attraverso un lungo procedimento e poi aggiunte alla salsa assieme all’olio d’oliva. A Colonia Valdense scelgono di cucinare con l’aglio con la panna, una variante molto diffusa della bagna cauda: in questo modo il condimento assume un aspetto ancora più cremoso e molti la preferiscono così.  Il tutto si serve nel fojòt, uno strumento tipico della cucina piemontese, ossia una ciotola in terracotta a cui è sottoposto un fornellino per mantenere calda la salsa. Se ne mette una grande al centro del tavolo e poi ognuno ha il suo fojòt personale.

Ma qual è il vero segreto di questa specialità piemontese? “La panna si deve aggiungere molto lentamente, non deve mai arrivare a bollire e si deve cuocere a fuoco basso”.  Le origini di questa ricetta sono incerte, poiché non si sa precisamente quando, dove e chi l’abbia inventata. Si sa, invece, che i vignaioli del tardo Medioevo la adottarono per festeggiare un evento importantissimo come poteva essere la spillatura del nuovo vino. Per moltissimo tempo era il piatto dei poveri e dei contadini in quanto gli aristocratici la aborrivano per l’abbondanza di aglio. Col passare del tempo è stata invece rivalutata e la si può trovare in molti ristoranti della regione e tra le comunità piemontesi all’estero.

Matteo Forciniti