Non indugeremo sull'ultima interpretazione del potere al popolo, messa in scena dal governo del duo Stanlio Di Maio ed Ollio Salvini, conclusa dalla "caciara" festante dal balcone del potere, con calca pentastellata in visibilio adorante per i suoi guitti preferiti. I destrorsi politologi dei quotidiani italiani hanno decantato la "rivoluzionaria" manovra economica, il fiero schiaffo in faccia all'Europa, di questi "malpancisti" emuli dei famosi comici.

Ci fanno gioire a crepapelle oggi, dilazionando proditoriamente le lacrime del domani, soltanto per portare a casa una fumosa parvenza di adempimento alle demagogiche promesse elettorali. La resistenza di Tria è stata quasi eroica, ma, ci domandiamo, è possibile che il ministro, all'atto dell'incarico propostogli, non sapesse che il suo canottino sarebbe stato sballottato fra Scilla e Cariddi del periglioso canale pentaleghista? È un atteggiamento mentale comune, purtroppo, a tutti i professori o tecnocrati. Ritengono sempre gestibile ed ininfluente per il loro magistero, il disordine mentale e fisico palesato da questi giovani apprendisti, arrivisti ed ignoranti.

L'avvisaglia del pericolo era da considerare già al momento dell'incarico di governo, quando i due malassortiti compagni di merenda hanno "crocefisso" il Presidente Mattarella, dopo un'inaccettabile Via Crucis di ricatti, minacce e bullismi da "saettelle", agitando il sopravvalutato spauracchio del "ritorno alle urne". Sembra un trauma del passato, ma a ricordarcelo non sono stati solo questi mesi di minacce ai giornalisti "asserviti", i dietrofront quotidiani e i twitters farneticanti, il gioco dei "due pesi e due misure" sull'etica del governare: c'è il fantasma di colui che avrebbe dovuto rappresentare, incarnare, tracciare il sentiero della ripresa sociale, della dignità della politica, della rinascita economica.

C'è invece la scialba antitesi di un capo di governo, una guida responsabile, mediatore eclettico ed autorevole al tempo stesso, forte di un prestigio interno ed internazionale
tale da correggere, a priori, eventuali derive personalistiche ed arbitrarie, deleterie per l'immagine del Paese. Niente di tutto ciò, c'è Giuseppe Conte, che sta simpatico ai suoi studenti, ma nulla più. C'è un uomo titubante, che nasconde la propria impreparazione a governare dietro un atteggiamento insicuro, talmente preoccupato d'esprimere una propria idea originale, da seguire pedissequamente le alterne e discordanti esternazioni dei due padrini, col risultato di un vano balbettìo dialettico. C'è l'illusione di un uomo con un curriculum un po' "taroccato" che, per dirla con il New York Times, "is looking for a backup job", e concorre alla cattedra di Diritto privato a La Sapienza, forse in un estremo afflato di
dignità personale.

Perchè, caro presidente, "this is the matter", questo è il nocciolo. Quanto vale per la dignità di un uomo, dalla mente magari brillante come la sua, essere chiamato Capo del Governo, anche se dimezzato, di una nazione alla continua ricerca di una reale sovranità, perduta di fatto l'8 settembre del 1943, barattandola con la ciancia del sovranismo? Mentre il duo comico randellava il coriaceo Tria per ottenere l'agognato sforamento del Pil al 2,4 più altre idiozie da specchietto per le allodole, il premier veniva "spedito", commesso viaggiatore, a "rappresentare" l'Italia e a parlare alla 73^Assemblea generale dell'Onu. Di fronte ad una platea distratta, alquanto disinteressata ed infastidita, con delegati che dialogavano fra loro e più del 50% delle poltrone vuote, il capo del governo italiano sciorinava una serie di dati sulla bontà della nostra azione umanitaria.

Raggiungeva però l'acme del suo intervento in solitudine, quando giustificava le accuse di
"sovranismo" e "populismo" con le parole dell'art.1 della Costituzione. Sovranità è un concetto non astratto, preciso ed inderogabile, che definisce la libera autodefinizione dell'identità di una nazione e del suo popolo, mentre il sovranismo è soltanto una delle tante dottrine per affermare tale valore, per contrapporsi "a muso duro" ad accordi internazionali liberamente presottoscritti. La nostra è una democrazia del popolo sovrano, cioè un privilegio "popolare", non populistico, che ne definisce invece il senso becero e muscolare. Qualcuno dovrebbe spiegarlo al "premier che non c'è"! Che pena...

ANONIMO NAPOLETANO