Cento ore di requisitoria. Un processo lungo, come quelli di magia. Perché di mafia si trattava, non solo di associazione per delinquere, violenza privata, usura, estorsione, porto di armi e di esplosivi, incendio e danneggiamenti aggravati, attribuzione fittizia di beni, Il processo al clan Spada, definito appunto “associazione per delinquere di stampo mafioso”.

Gli Spada, famiglia rom di razza scinti, i padroni di Ostia. Da loro sottomessa, blindata alla loro arroganza, alla loro infinita prepotenza, e attraversata da una serie di delitti. Gli Spada denunciati dalle inchieste di Federica Angeli, giornalista di Repubblica, minacciata di morte, lei, i suoi figli, la sua famiglia, costretta a vivere 2.359 giorni sotto scorta. Trentadue gli Spada a processo.

I pm Ilara Calò e Mario Palazzi avevano chiesto tre ergastoli e 200 anni di carcere per ripristinare la legalità sul titolare dominato per decenni dal clan Spada. Tre omicidi del 2001 al centro dell’ordinanza eseguita il 25 gennaio scorso. L’assassinio di due boss che comandavano a Ostia prima degli Spada. I Fasciani dominatori a lungo dominatori su quella stessa striscia di litorale romano. Esecuzioni di tipo sfacciatamente mafioso. Dieci ore di camere di consiglio per arrivare alla sentenza pronunciata dalla Corte di assise di Roma. “È mafia”, il pronunciamento a conferma della tesi dell’accusa.

Per i boss di Ostia, gli Spada, anche tre condanne all’ergastolo comminate al vertice del clan: Carmine Spada, detto Romoletto, Ottavio Spada, detto Marco, e Roberto Spada, che colpì con una testata il giornalista della Rai, Daniele Piervincenzi, davanti alla palestra di famiglia. Impropriamente definita sala pugilistica. Serviva per allenare i giovani alle azioni di pura violenza. I futuri addetti al recupero crediti da usura. Decisive le rivelazioni di quattro pentiti di giustizia. Condannati quattordici luogotenenti e gregari degli Spada; assolti invece sette imputati. Le pene totali sfiorano i 150 anni di carcere. Un colpo micidiale, forse definitivo al clan abituato a dominare per lustri con la violenza, le minacce, le uccisioni.

Ostia di fatto liberata, con somma manifesta soddisfazione di Virginia Raggi, sindaco di Roma, presente al momento della sentenza. “A testa alta per la legalità, i cittadini possono ora recuperare la fiducia nelle istituzioni”. La vittoria dello Stato l’ha definita il numero uno del Pd, Zingaretti. Nell’aula bunker del carcere di Rebibbia, dove è stata letta la sentenza, lo Stato riconquista, una tantum, un pezzo della sua sovranità. Sulla suburra che ha costruito la sua epica sporca su una sostanziale impunità. E su evidenti complicità, a meno di trenta chilometri in linea d’aria dal Quirinale, da Montecitorio, da Palazzo Madama. La vita, l’economia, la politica del territorio venivano gestiti negli scantinati delle palestre di Ostia, nelle bische, nelle case popolari di Nuova Ostia.

La lingua scinti usata per nascondere e mascherare violenze e prepotente alle orecchie di chi non ha saputo o voluto ascoltare. “Il Trono di Spada”, attribuzione ironica classica nella romanità, con humor cinico e scanzonato, aveva cominciato a traballare il 25 gennaio 2018. Il tesoro degli Spada trovato e sequestrato nell’ambito dell’operazione “Elissi”. Il clan annichilito dalla Procura di Roma di Giuseppe Pignatore e Michele Pristipino, da Polizia e Carabinieri. La sentenza di martedì ne rappresenta l’esito finale. Un’epica nera, quella, di sopraffazione, violenza, coatta, truce. Stabilimenti ed esercizi commerciali dati alle fiamme, finte esecuzioni, pestaggi, umiliazioni, minacce. Su tutto si abbatte ora la clamorosa terrificante mazzata giudiziaria.

Decisivi i quattro pentiti, soprattutto nella ricostruzione dell’episodio madre che aveva portato all’incoronazione degli Spada come re di Ostia. L’omicidio, novembre 2011, di Giovanni Galleoni, detto Baficchio, e Francesco Antonini, soprannominato Sorcanera. Avevano sfidato gli Spada nel controllo del territorio. I fratelli Carmine e Roberto avevano sentenziato che dovessero essere eliminati. Ottavio Spada, nipote di Carmine, e l’agiziano Ama Saber Nader, i biechi esecutori. Il doppio omicidio dal forte valore simbolico, notato e pesato dallo Stato. Presente in aula, come detto, alla lettura della sentenza.

Il sindaco Virginia Raggi, il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra, e di Gianpiero Cioffredi, dell’Osservatorio per la legalità della Regione Lazio, e della presidente del X municipio, Giuliana Di Pillo. “Vincono i cittadini, perde la mafia”, in coro con l’associazione “Libera” della Fnsi e di “articolo 21”. Una giornata epica, lunga, fino alle nove di sera. E una sentenza esemplare che colpisce l’illegalità costituita in un quartiere dove la mafia abita. Mentre nella Capitale c’è qualcuno ancora convinto che “la mafia a Roma non può esistere”. Tre ergastoli e 150 anni di carcere. La sentenza della Corte di Assise di Roma dimostra che la mafia nella Capitale esiste.

Franco Esposito