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Alla mia domanda se le poche case disponibili in affitto in questa zona a sud-ovest di Londra fossero dovute anche alle paure legate all’imprevedibile Brexit, l’abbiente proprietaria del B&b che mi ospita risponde in maniera piccata che la colpa è dell’aumento delle tasse sui proprietari e dell’incertezza che potrebbe bloccare il Paese. Questa è un’area abbastanza ricca, con case grandi, molto verde, bagnata dal Tamigi e con vari conservatori che hanno frequentato università prestigiose. Da qui parte la famosa gara di canottaggio che contrappone Oxford e Cambridge. Sebbene il mio punto fosse sugli effetti negativi sul mercato immobiliare di un, controverso peraltro, referendum popolare, è chiaro come l’uscita dall’Unione Europea rappresenti ormai la punta di un iceberg che potrebbe sciogliersi provocando uno tsunami. Nonostante i rischi di recessione economica, la crescita dell’odio xenofobo verso gli immigrati europei, le dure prese di posizione del Parlamento britannico e le probabili nuove elezioni (con vittoria dei conservatori) a dicembre, e considerati gli ulteriori mesi concessi dall’Unione Europea per raggiungere un accordo che sa ormai di saga fantasy, le preoccupazioni della signora sono ben altre: il leader laburista Jeremy Corbyn. "È un marxista", dice, "la gente non investe. Siamo terrorizzati".

La mia interlocutrice appartiene a quella classe sociale, che va da medio-alta a realmente agiata, che un tempo era solitamente interessata, per varie ragioni, a conoscere il resto del mondo: oggi invece il nazionalismo di ritorno fa finanche dubitare dell’utilità di attirare il miglior capitale umano proveniente dall’estero. Sembrano lontanissimi i periodi in cui il continente europeo attirava i sudditi della regina. Abbeverarsi alle fonti della cultura classica e della civiltà occidentale o, semplicemente, contemplare la maestosità del Rinascimento, erano pratiche fondamentali nell’educazione dei rampolli di buona famiglia. Fin dall’arrivo a Calais si iniziava a imparare a stare al mondo: era questa l’Europa che, tra il diciassettesimo e il diciottesimo secolo, veniva narrata attraverso i taccuini e le lettere dei viaggiatori del Grand Tour. Eppure anche il cosmopolitismo delle élite sembra uno sbiadito ricordo di tempi andati. I lettori del conservatore Telegraph e i seguaci dei tabloid semiscandalistici preferiscono invece inserire il pilota automatico ascoltando i loro leader incitare il popolo mentre assicurano che la Brexit si "farà", che non c’è alcuna volontà di "arrendersi" e che i cattivi sono tutti quelli che vivono al di là del canale della Manica. Si percepisce, al contrario, una sorta di tradimento di alcune nebulose forze nazionali che hanno bloccato il nuovo-vecchio spirito isolazionista e gli sforzi di Johnson di "uscire" il 31 ottobre.

Per molti l’antieuropeismo è l’unica via per tornare ai fasti dell’impero coloniale. Il problema in questa società profondamente divisa, in cui la politica è a volte vissuta come una questione intima da non condividere in pubblico, è che una legge (il Benn act) obbligava il governo a chiedere un’estensione dell’articolo 50 se entro il 19 ottobre non si arrivava a un accordo. Inoltre, i giudici della Corte Suprema, all’unanimità, avevano già reso nulla la decisione del Primo Ministro di sospendere i lavori di quel Parlamento che secondo lui avrebbe in "ostaggio" una nazione, pur di avere le mani libere sulla questione Brexit. "È in atto un tentativo dell’establishment di bloccare la volontà popolare" aggiunge, con un approccio simile, la proprietaria del B&b. È evidente come le fratture siano ancora più profonde di quello che apparivano inizialmente e vanno oltre l’appartenenza a una classe sociale o il titolo di studio posseduto. L’ubriacatura demagogica di questi ultimi anni sta stravolgendo la comprensione delle regole base della democrazia oltre che il principio di quella separazione e bilanciamento tra le istituzioni che permette anche a uno stato, e conseguentemente a una società, di funzionare.

Il richiamo continuo alla volontà popolare permette un legame immaginario e diretto tra un’indistinta e non sempre maggioritaria "massa" e il leader, bypassando gli enti intermedi di controllo o di rappresentanza. Non è questa una mera questione giuridica, né di costituzioni scritte opposte a sistemi consuetudinari. Il problema è diventato quasi cognitivo: riguarda il rispetto delle regole costituzionali e l’accettazione delle pratiche della democrazia. La vecchia Gran Bretagna rappresenta un esempio di radicalizzazione di una classe politica e che un tempo era percepita come moderata, con pericolose ripercussioni culturali, sociali, economiche e sul mondo del lavoro. Nell’Europa unita anche dalla libera circolazione dei suoi cittadini, nel Regno Unito si è (quasi) riusciti nell’impresa di (far) considerare gli altri europei residenti come un gruppo etno-culturale a sé stante. Le prossime settimane rappresenteranno un momento di scontro tra gli adepti del nazionalismo demagogico antieuropeo e chi crede ancora in un mondo aperto, cosmopolita e rispettoso delle istituzioni democratiche. I memorandum e i briefings governativi anonimamente consegnati ai giornali, che attaccano l’Ue e usano un linguaggio rozzo e poco diplomatico, non promettono nulla di buono. Ciò metterà a dura prova la tenuta dello stato di diritto. La speranza è che qualcuno ricordi, in questi momenti, quanto era utile partire da Dover verso il "continente" e contribuire a una repubblica paneuropea della cultura: era, ed è, realmente affascinante scoprire il mondo anche attraverso gli occhi degli "altri" europei.

ANDREA MAMMONE