Leggo e sento parlare da più parti di napoletanità, di difesa ed esaltazione della sua forma di cultura, delle tradizioni, della sua storia. Con una disarmante regolarità periodica, spuntano come funghi nuovi paladini improvvisati antesignani del momento, che sciorinano, nuove lavandaie al pallido sole, gli antichi panni partenopei risciacquati nel Sarno… non in Arno. Il più delle volte, gli ammonimenti e le lezioni magistrali ci vengono propinati da partenopei adottivi o per sentito dire, che non vivono più il travaglio quotidiano di questa città, ma al contrario giurano di aver “scelto” il volontario, dorato esilio da “Santa Lucia luntana”. Insomma napoletani “per difetto”…

L’alibi è sempre uguale: si parla per amore, solo per amore. Perché, a questi napoletani distratti e superficiali, troppo impegnati a sbarcare il lunario e assistenzialisti, c’è bisogno di “rimembrare” quanti morti illustri sono sepolti fra noi, per far comprendere quale sia il grande valore della napoletanità perduta. Che alberga sempre invece in chi ci ha vissuto per 50 anni e più e vi ritorna più volte l’anno, e che spera di godere sempre il mare di Mergellina gli incanti capresi, i sapori delle “pezzogne” appena pescate e cucinate a meraviglia al Fornillo di Margherita a Positano… E i pastori della Reggia di Caserta, le pastiere e gli struffoli di Gambrinus, le melodie del San Carlo, le pizze e i fritti di Starita a Materdei, le cravatte di Maurizio Marinella

Per gli altri le reali motivazioni spesso sono nebulose, tendenti a trarre un profitto, sia esso economico, politico o di un quarto d’ora mediatico. La bibliografia wikipedica aiuta. In pochi minuti ci si infarcisce di storielle, citazioni dei grandi del passato, si va a rinfrescare la memoria culturale, artistica e letteraria della Napoli nobilissima. Ci si allinea così nella tradizione critica di Goethe e Croce, ma non si possiede il senso itinerante e romantico del primo, né si condivide la scelta di vita del secondo, illustre esempio di cultore dell’anima partenopea, assiso alla sua scrivania di palazzo Filomarino.

La napoletanità non si insegna, né ha bisogno di essere difesa. È uno stato d’animo, una propensione genetica formatasi nei secoli, un’ampiezza di sentimenti e di spiccato senso d’accoglimento e solidarietà plasmata nell’incontro con culture e popoli diversi, che affonda le sue radici millenarie nello spirito conoscitivo e pionieristico dei navigatori greci e fenici. Ha suoi confini e limiti naturali nell’ambito precipuo cittadino, eccezionalmente “contagia” chi entra in contatto, ma non può essere disseminata in automatico nei dintorni, a buona parte di una provincia che troppo spesso ha esportato il lato oscuro e cafone, fuorviante del significato di tale definizione.

La napoletanità è l’antitesi tradizionale della moderna “città metropolitana”, una forzatura amministrativa che finisce per mortificare l’indole intima partenopea, che contribuisce ad inquinare la sua filosofia, la sua fenomenologia e la sua lingua. Grazie a questo “tradimento” della fedeltà filiale da parte di una deficiente classe dirigente, di intellettuali distratti, di una cultura colonizzata, di una “escalation” delinquenziale ed infame, si sta perdendo il collante principale della tradizione, quell’idioma identitario, secondo solo al toscano, scaduto in volgare dialetto. Dal punto di vista filosofico, è errato ridurre il “logos” partenopeo a una tradizione epicurea, edonistica e sfrontata.

Luciano De Crescenzo, che pur si definiva provocatoriamente tale, nel suo incontro onirico con Eraclito lascia intravedere la vera natura dei napoletani. Costoro sono i degni eredi del dogma eracliteo “panta rei” perché, chi meglio di essi interpreta e vive il quotidiano, il fluire del tempo, il divenire ed essere che cambia in continuazione, un evento tragico o comico che non si ripeterà in misura simile. I napoletani hanno imparato in secoli di dominazioni il “carpe diem” non nel senso edonistico ma con la consapevolezza che il futuro è fatto più di sconfitte e lacrime che gioie, ma…tutto scorre! “Ha da passà ‘a nuttata!” Questa dote viene scambiata per becera oleografia, ma è la forza lavica della napoletanità, tanto da sfociare in lotta spontanea, sia all’oppressione della gabella o del tacco cortigiano, che degli stivali nazisti.

A Napoli non si tralascia mai l’autoironia, simbolo di intelligenza e civiltà, si è “vulcaniani al contrario”, facendo un libero riferimento alla saga di Star Trek. S’interpreta e affronta l’esistenza non secondo il calcolo arido della logica, ma col cuore, con la passione e il trasporto incosciente dell’impulso sentimentale. Perciò si può affermare che la napoletanità, croce e delizia, sorrisi e lacrime, miseria e nobiltà, sebbene imperfetta, rappresenta il sinonimo ideale della parola “umanità”.

ANONIMO NAPOLETANO