Accadeva di tutto. Proprio tutto, nulla escluso. L’allegra, scandalosa, illogica gestione della Popolare di Bari. Il massimo dello sconcio è identificabile nel 2008. Non esattamente l’anno domino nella sconcertante esistenza dell’istituto di credito barese. La banca in pieno crac e i componenti del Consiglio d’Amministrazione si alzavano i compensi. Precipitava incontro al baratro l’istituto e loro si facevano riconoscere gettoni di presenza da 40 a 70mila euro. A quel fenomeno tra virgolette dell’ad Vincenzo De Bustis l’istituto riconosceva un fisso da un milione di euro; 450mila per il presidente Gianvito Giannelli, che tre giorni dopo l’assemblea del 21 luglio aveva sostituito il patron Jacobini. Semplicemente suo zio, il capostipite della famiglia in banca dal 1978. Nel 2018 aveva guadagnato più del nipote, 655mila euro per dodici mesi e due milioni e mezzo di “compensi residui per anni pregressi”, non meglio specificati.

Parlare di scandalo è un tenero eufemismo, anche alla luce della perdita momentanea che assommava a 420 milioni. Nessuno ha badato mai a risparmiare, a tagliare qualcosa, a ridurre l’enorme passivo. Mentre venivano ratificati e pagati significativi aumenti per tutti i membri del consiglio direttivo. E il risparmio di risorse ridistribuito tra gli altri consiglieri. Immediata la creazione di nuovi comitati interni, dai due che erano a sette. Ma per fare cosa? Ufficialmente per rafforzare i presidi dell’organo di amministrazione della banca. Di fatto, un’ulteriore occasione di guadagno per tutti i consiglieri. In un fiorire incrociato e ingiustificato di gruppetti e di gettoni. Con previa valutazione di Russell Reynolds. La società statunitense della consulenza specializzata aveva dato il suo benestare, trovando le somme e le prassi allineate alla media degli istituti di capitale regolamentare.

Tutto regolare, ma niente di bello, a neanche tre mesi dal commissariamento che nel 2020 costerà 900 milioni ai contribuenti italiani; 500 stimati dalle banche del Fondo di tutela depositi. L’accompagnamento, in pratica, agli inferi per la Banca Popolare di Bari. Tra il 2014 e il 2015, con il consenso di BankItalia, acquista la Banca Tercas, ormai prossima al fallimento. La Popolare immette sul mercato azioni e obbligazioni. Secondo l’accusa, però, trucca i profili di rischio dei clienti. I titoli crollano. I clienti non riescono a recuperare i soldi. Da BankItalia arriva il commissariamento. La Popolare di Bari affondava e i crediti inevasi ingigantivano la falla. Nessun investitore disposto a ricucire l’enorme frattura. Mentre i vertici della banca, come detto, aumentavano i compensi. Di tutti. I magistrati che indagavano sulla Popolare, a quel punto, hanno dato un’accelerata alle indagini. Ipotizzati reati che coinvolgevano anche i controllori della Banca d’Italia. I soci letteralmente infuriati, forse più preoccupati di contestare i vertici nel timore di non rivedere i loro investimenti per sempre.

Ancora un’altra, mentre la Popolare Bari annaspava e i compensi dei dirigenti aumentavano in maniera spropositata. L’avvocato Giannelli, presidente da luglio al commissariamento di novembre, un lampo, ha avuto per anni dalla banca altre forme di compenso. Per cosa, di grazia? Per attività di consulenza pluridecennali riconosciute allo studio Giannelli, fin da quando era suo padre a guidarlo. Banca d’Italia, nella relazione ispettiva del 2010, citava l’esposizione verso lo studio legale allora stimata in circa 3 milioni come “un rischio potenziale, perché l’eccesso di incarichi allo studio poteva ripercuotersi sull’operatività”. Le consulenze non sono diminuite negli anni successivi. Dal 2015 al 2018 lo studio Giannelli risulta che abbia fatturato oltre tre milioni di euro complessivi. Con quote annue fisse fino a 150mila euro e residuo parti variabili. Le consulenze si sono poi interrotte lo scorso luglio: necessitava evitare un conflitto un conflitto d’interesse più grande. Anche l’ad Vincenzo De Bustis, poche ore prima di entrare in CdA, per diventare amministratore delegato, si fece pagare 125mila per una consulenza sull’industria creditizia. Alla Popolare di Bari il clima era quello tipico italiano del “magna magna” generale. Alla faccia dei risparmiatori.

Franco Esposito