Gente d'Italia

Cambiare la scuola

Nel forte contrasto tra quella parte del secolo scorso (che ho vissuto) e i due primi decenni del nuovo secolo, non ho dubbi: faccio il tifo per il secolo XXI. Il nuovo secolo spesso ci fa paura, temiamo cosa avverrá con le nuove tecnologie, i robot, le trasformazioni digitali e via di seguito. Ma quante cose nuove scopriamo: non solo strumenti, macchine, dimensioni digitali prima sconosciute; ma anche nuove forme di ragionare e costruire le nostre capacitá. Quando ero ragazzino, mi insegnarono che bisognava imparare per poi poter fare. Dovevo prima essere promosso a scuola e via discorrendo, e poi mettere il mio sapere a lavorare, per farmi un "posto al sole" nella vita. Questo modo di vedere le cose certo non mi giovava, perche facevo piú fatica dei miei compagni a studiare. In quegli anni si parlava di "IQ" (abbreviatura inglese di Intelligence Quotient), un sistema metrico-cerebrale che avevano immaginato gli americani per misurare le capacitá intellettuali di ciascuno di noi: in Italia parlavamo di "quoziente intellettivo" (identificato con la sigla QI). Chi aveva la media piú alta dell’ "IQ" o "QI", avrebbe piú rapidamente raggiunto il successo.

Cosí ci dicevano e io, che ero un ragazzino di medio quoziente, avevo speranze limitate su un futuro di successo. Per fortuna il mondo a partire dalle fine dagli anni ’80 cambió e il QI entró parzialmente in crisi, sostituito dal QE, il "quoziente emotivo". E cosí mi salvai: perché se é vero che scarseggiavo in intellettualitá, non certo mi tiravo indietro per emozione. Di emozioni ne avevo tante e a disposizione di tutti. E l’emozione, - ció che oggi si chiama anche "intelligenza emotiva" - cominció ad avere per tutti noi un ruolo molto importante, sia nei rapporti umani, che in quelli di lavoro. Qualsiasi direttore di una societá o manager vi dirá che oggi ci vogliono persone intelligenti - é ovvio -, ma la sola intelligenza non basta. Bisogna avere le capacitá emotive per comunicarsi, lavorare in gruppo, saper sintonizarsi rapidamente con gli altri, capire e risolvere i problemi.

Ma come si acquisisce il QE? Non certo a scuola: che io sappia; a scuola - a ogni livello e salvo eccezioni - si insegnano teorie attraverso la lettura di libri infiniti e con la meccanica dell’insegnamento accademico "ex cattedra". Nel modello antico in cui mi muovevo da giovane - il modello "imparare per poi fare" - si poteva finire l’universitá con 110 e lode, ma nel tuo percorso formativo, non avevi nessun contatto con la realtá. Percorrevi un tubo oscuro e quando ne uscivi fuori, finalmente scoprivi che esisteva una realtá molto piú complessa. Oggi il modello si è ribaltato. Non piú imparare per fare, ma agire, vincolarsi con la realtá, apprendere sul terreno, per non costruire un sapere fuori dalla realtá.

Come afferma il mio collega delle Universitá di Modena e Bergamo, Michele Tiraboschi, la nuova professionalitá si costruisce sull’idea di "fare per imparare", donde é necessaria l’azione per recepire e definire le conoscenze teoriche. A ognuno di noi, come lavoratori o come cittadini, si chiede oggi di agire concretamente in base alla costante acquisizione di competenze, conoscenze e abilitá. Nel secolo XXI è necessaria "una gestione proattiva e cooperativa delle relazioni con le persone (dentro e fuori l’impresa e con la tecnologia". La scuola va cambiata, l’esperienza dell’imparare deve modificarsi. É necessario che gia da bambini, si affianchi il sapere tecnico a un nuovo modo di imparare, in cui l’alunno gioca, costruisce, fa.

La sfida per noi tutti - a qualsiasi etá - è proprio quella di capire che il cumulo di informazione e formazione non è sufficiente, se al tempo stesso non proiettiamo il nostro sapere nelle realtá quotidiane, arricchendolo nel contatto con la vita. Una partita di calcio si vince sul campo, e sebbene le indicazioni del Direttore Tecnico sono importanti, è la sfida con noi e con l’altro, che ci consente essere vincenti. Sono le emozioni e le abilitá personali quelle che ci consentono "giocare": altrimenti il rischo é quello di vivere la nostra vita "in panchina".

JUAN RASO

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