Si è da poco celebrata la "Giornata della Memoria", in ricordo di tutte le vittime della Shoah. Tra i capitoli più oscuri dell’album criminale del nazismo vi è stato quello inerente alla distruzione del ghetto di Varsavia. Fu un evento drammatico, che ha segnato uno dei punti più cruciali della storia della persecuzione degli ebrei in Europa. La Polonia era stata invasa dalle truppe di Adolf Hitler nel settembre 1939 e si trovava sotto il controllo del "Governatorato Generale" di Hans Michael Frank. Durante l’estate del 1940 si fece sempre più urgente, per il comando tedesco, la necessità di creare un quartiere ebraico nella capitale polacca, in modo da poter isolare gli ebrei e tutti coloro i quali erano vittime delle leggi razziali.

Il 16 ottobre 1940 venne cosi creato il ghetto, che fu presto circondato da un enorme muro e da un corposo filo spinato. A partire dal 1942, furono trasferiti a Varsavia tutti gli ebrei della nazione. Il ghetto giunse così ad accogliere oltre 450mila persone, costrette a vivere in case affollate, in abitazioni molto spesso prive di gas e corrente elettrica, in pessime condizioni igieniche e soggette alla perenne scarsezza di cibo. Quotidianamente morivano persone per fame, per sete, per mancanza di cure e di medicinali. La situazione divenne incandescente nell’agosto del 1942, quando iniziarono le grandi deportazioni di massa verso i campi di sterminio.

La popolazione confinata nel ghetto era ormai stremata dalle sofferenze, rinchiusa, come era, in una prigione all’aria aperta, che si era trasformata in una sorta di tappa obbligatoria verso i Lager nazisti. Per questo, dopo aver sopportato ogni tipo di sopruso e umiliazione, nella primavera del 1943 gli internati del ghetto diedero inizio a una cruenta ribellione contro i propri carnefici. Per oltre un mese, dal 19 aprile, giorno della vigilia della Pasqua ebraica, sino al 16 maggio, uomini, donne e fanciulli, inermi, lottarono con incredibile forza, con il furore della disperazione, contro l’immane preponderanza dei loro persecutori. Molti di loro persero la vita combattendo con coraggio. Si iniziarono anche a costruire bunker e rifugi sotterranei di ogni tipo, nell’intento di sfuggire alle rappresaglie dei soldati tedeschi.

Il 23 aprile giunse direttamente dal comando delle S.S. in Polonia un ordine ben preciso: "Il rastrellamento del ghetto di Varsavia deve essere condotto a termine con tenacia inflessibile e con la massima severità". Quanto più la resistenza si protraeva, tanto più intolleranti e violenti si facevano gli uomini delle S.S. e della Gestapo. Sino a quando, esattamente il 6 maggio, il generale Jurgen Stroop, Ufficiale a capo delle operazioni, diede ordine di radere al suolo il ghetto. In pochi giorni la maggior parte degli edifici venne incendiata o abbattuta dai colpi dell’artiglieria e dei carri armati. Tutto si concluse il 16 maggio, con la distruzione della sinagoga di Piazza Tlomackie.

Una ricostruzione dei fatti è stata possibile anche grazie alla preziosa opera dello storico Emmanuel Rigelblum, prigioniero del ghetto, che raccolse una serie di documenti con delle testimonianze dirette. Rigelblum mise in piedi un vero e proprio archivio, che venne nascosto in alcune scatole di metallo e di latta che furono seppellite. Tutto questo importante materiale venne poi recuperato alla fine della guerra. Gli ebrei che persero la vita in quei tragici giorni furono circa 14mila. I deportati verso i lager oltre 42mila. Solo in 1.500 riuscirono a salvarsi.

Tra di loro Marek Edelman, scomparso nel 2009. Emblematiche le ultime parole tratte dalla sua pubblicazione "Il ghetto di Varsavia lotta": "Coloro che sono caduti hanno compiuto il loro dovere sino in fondo, fino all’ ultima goccia di sangue. Sangue che è stato assorbito dal selciato del ghetto di Varsavia. Noi, i salvati, lasciamo a voi il compito di non far morire la loro memoria".

Nicola Lofoco

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