Sessanta indagati, dodici arresti, sei persone in carcere. Nove aziende coinvolte. Un giro sporco, illegale, da centocinquanta milioni di euro. Gli affari lerci del clan Tagliavia, famiglia di mafia del Palermitano che ha traslocato i suoi giri in Toscana. La mafia delle stragi che riciclava denaro sporco non solo nella provincia di Firenze. Le accuse vanno dall’associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio a false fatture.

L’inchiesta è condotta dalla Procura Distrettuale Antimafia di Firenze guidata da Giuseppe Creazzo. Al centro dell’inchiesta della Procura di Prato e dell’antimafia di Firenze gli affari della famiglia mafiosa di Corsi dei Mille a Palermo, gestita dal boss Pietro Tagliavia figlio di Francesco, condannato per le stragi in via dei Georgofili. Quindici le aziende sequestrate dalla Guardia di Finanza di Prato. Nonostante che il mafioso condannato per il Geogofili fosse detenuto in Sardegna, poteva disporre di un cellulare con il quale continuava a tenere contatti con familiari e affiliati in Sicilia.

Il figlio Pietro l’anello di congiunzione. Il rampollo della storica famiglia di mafia guidava il clan mafioso dalla Toscana. La magagna mafiosa era in grado di assicurare un funzionamento quasi perfetto. Il marchingegno posto in essere da una mente fertile innanzitutto nel male. Le false fatture per il commercio di pallet e pedane in legno, spesso intestate a persone defunte.

I nomi? Nessuno problema: venivano presi al cimitero. Un fiume di denaro sporco riciclato in Toscana. Quell’inesauribile mafia, sulla quale ogni tanto si sente e si legge: decapitati i vertici. Una balla colossale. La mafia come la Fenice, risorge sempre dalle sue presunte ceneri. Il denaro messo in circolazione proveniva anche dagli affari criminali del clan Tagliavia. Soldi che ritornavano in Sicilia per sostenere Pietro Tagliavia, figlio del boss Francesco condannato all’ergastolo anche per la strage di via D’Amelio, in cui fu assassinato il giudice Borsellino, non solo per i Georgofili.

Quaranta dei centocinquanta milioni provengono da affari sporchi realizzati da persone vicine a Cosa Nostra. La Guardia di Finanza ha arrestato Francesco Paolo Clemente, ritenuto il capo indiscusso dell’organizzazione criminale. Il di lui cugino Giacomo Clemente, detto “il tuta”, Gaetano Coco, battezzato “il ragioniere”, Francesco Mandalà, il “gemellino”, e Francesco Saladino. Ai domiciliari, Clemente Leonardo, Pietro Clemente, Filippo Rotolo, i figli Giulia e Vincenzo, e l’ex consulente del lavoro Santo Bracco. Tra i reati contestati ci sono anche l’intestazione fittizia di beni, la contraffazione di documenti d’identità e la sostituzione di persona. In definitiva, di tutto di più. I mafiosi non si sono negati proprio nulla. L’inchiesta rivela che la direzione dei traffici illeciti era in un appartamento a Campi di Bisenzio, non lontano da Firenze.

Tagliavia gestiva tutto da lì, e la sua casa era meta continua, ininterrotta, di pellegrinaggi di gente di mafia che veniva dalla Sicilia per omaggiarlo e prendere ordini. Dal cellulare in suo possesso (un’anomalia farabutta visto che era ai domiciliari), come nulla fosse, aveva rapporti con l’isola e in particolare con Francesco Paolo Clemente. Proprio lui, l’imprenditore palermitano che ha fatto fortuna col business delle pedane di legno. Anche lui finito in carcere nel 2007. Scrive il gip nell’ordinanza di custodia cautelare: “Nessun dubbio che il denaro proveniente dal sistema Clemente andasse a sovvenzionare i Tagliavia”.

Francesco Paolo Clemente ordina al padre Leonardo di controllare. “Vedi se i soldi sono pronti che a me per il fine settimana mi servono”. Prelevati dalla Pellets Rotolo di Campi di Bisenzio Bisenzio, via furgone, i 44mila euro arrivavano in Sicilia. Soldi illeciti che servivano a finanziare i traffici illeciti della famiglia mafiosa e anche le famiglie dei criminali in carcere. “Un sistema molto ben oliato”, precisa il gip Fabio Frangini nell’ordinanza di 197 pagine. “Un sistema programmato, organizzato di ditte e società, che attraverso il passaggio di denaro dall’una all’altra con l’astuto sistematico uso della fatturazione per operazioni inesistenti, effettuavano operazioni di riciclaggio e autoriciclaggio”. L’inchiesta su alcuni assegni sospetti era partita da Prato nel 2014. Partendo da lì, il pm Francesco Sottosanti e il procuratore Giuseppe Nicolosi sono arrivati alle ditte che risultavano seguite dallo stesso consulente del lavoro.

Tale Santo Bracco, già sospeso dall’albo e denunciato per esercizio abusivo della professione. Attorno a Tagliavia operava una fitta rete di collaboratori, compresi i parenti più prossimi. Nel gergo di Cosa Nostra le aziende usate per l’emissione di fatture per operazioni inesistenti venivano definite “fantasmini”. Emesse spesso, come detto, a nome di defunti. “Vincenzo è andato al cimitero a prendere i nomi e i cognomi dei morti per fare fatture”, riferisce al telefono Alfonso Imperiale a Leonardo Clemente. Fatto sta che la mafia criminalità organizzata con la sua penetrazione in Toscana, regione non mafiosa, “cerca di inquinare il tessuto sano dell’economia”. Purtroppo così, anche se a qualcuno politicamente in alto non pare.

Franco Esposito