In questi giorni il tema del Coronavirus imperversa su social, giornali, Tg e in particolare in continui e stressanti talk show televisivi, fomentando paure che non solo incrementano i problemi di un Paese già in crisi ma che, oltrepassando i confini causano anche respingimenti di italiani all’estero. I saggi suggerimenti a mantenere la calma, pur raccomandando norme igieniche essenziali, a quanto pare non servono a tanta gente che in preda a paure incontrollabili, svuota supermercati come se fosse imminente una catastrofica guerra in Italia. Davvero preoccupante in questo momento la strumentalizzazione del coronavirus da parte di partiti politici in costante campagna elettorale, malgrado gli appelli all’Unità della Nazione del nostro Presidente della Repubblica. Pur ritenendo la libertà di stampa, di pensiero e di parola conquiste fondamentali di paesi civili e democratici, i continui talk show televisivi sul virus non fanno che generare un’ossessiva paura, soprattutto per la presenza di politici che affermano tutto e il contrario di tutto, non solo in Tv ma anche sui social. In un momento così preoccupante, i cittadini più sensati auspicano uno stop a tutto ciò per dare spazio solo agli organi preposti, in primis ai seri dati dei vari Ministeri della Salute nazionali ed esteri e a quelli dell’OMS. Sarebbe ora che la propaganda politica ritornasse in spazi ad essa destinati, come le "tribune elettorali" di un tempo, non più sbandierata a destra e a manca, e soprattutto che fosse centrata su programmi ben precisi, non su slogan di effetto. Ci vengono in mente frasi del passato, come "Fratello, ricordati che devi morire!", il cosiddetto "Memento Mori", la frase adottata dai frati trappisti, ordine fondato nel 1664, con lo scopo di ben operare nella vita, destinata un giorno a finire con la morte dopo la quale l’anima sarebbe stata sottoposta al giudizio divino. La frase ha origini antiche e risale a un’ usanza dell'antica Roma: quando un generale riportava una grande vittoria sui nemici e sfilava per le strade tra la folla acclamante sul carro dorato alla guida del corteo del Trionfo, per evitare il rischio che egli venisse sopraffatto da superbia e delirio di onnipotenza, uno schiavo gli sussurrava all’orecchio "respice post te: hominem te memento" (guarda dietro di te: ti ricordo che sei un uomo), per rammentargli la sua natura umana e mortale. Ben sapevano gli antichi romani quanto l’animo umano fosse predisposto a superbia e prevaricazione! Da tale usanza si arrivò poi nel Medio Evo al tema pittorico del "Memento Mori" con le rappresentazioni di giudizi universali e di trionfi della morte che ricordavano ai vivi di comportarsi bene durante il percorso terreno. Col passar del tempo e il prevalere (soprattutto in occidente) di una società edonistica e consumistica che per lunghi anni ha cercato di rimuovere l’idea della morte, ora che i tempi sono cambiati con la globalizzazione che sposta produzione di merci e capitali dove più conviene, senza rispetto per ambiente, persone e animali, anche virus e paure vengono "globalizzati": l’ossessione di perdere la vita viene ingigantita di fronte ai percoli che ci minacciano. Qual è il nostro Memento Mori oggi? Dopo anni e anni di rimozione, ora ci sembra perfino difficile pronunciare la parola "morte" per la quale abbiamo creato eufemismi, come "l’ultimo viaggio" o "passaggio a miglior vita", oppure frasi stereotipate, come "se ne vanno sempre i migliori", come se i peggiori fossero eterni, e poi anch’essi da morti diventano "buonanime". Solo il cartesiano, razionale "cogito ergo sum", unito a senso di responsabilità e "solidarietà globalizzata" potranno aiutarci a superare i problemi attuali. E intanto bisbigliamo all’orecchio di "untori spirituali"(che affollano talk show, piazze e social), di potenti della Terra, di sfruttatori e corrotti, di superbi e boriosi: "Memento Mori" oppure "Fratello ricordati che devi morire!". Ricordiamo, inoltre, che il numero delle guarigioni è in Italia superiore a quello dei decessi che purtroppo coinvolgono soprattutto gli anziani e i soggetti già debilitati da altre malattie.

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