Una corsa contro il tempo, contro il meteo capriccioso di metà aprile e, naturalmente, contro l’emergenza Covid-19. E poi ci vorrà un delicato e complesso “gioco” di incastri lassù sospesi a decine di metri da terra per ridare vita a un’opera importante per tutta l’Italia e a uno skyline distrutto in un mattino di metà agosto di due anni fa. Nervi d’acciaio, verrebbe da dire, e mai locuzione fu più pertinente, per le imprese e gli uomini che si sono posti l’ambizioso obiettivo: terminare entro il 21 aprile il nuovo ponte di Genova. Tre settimane per chiudere la partita della struttura in acciaio con un cronoprogramma che scandirà – da qui al 20 o al 21 aprile, virus permettendo – l’inizio della fine di un’operazione straordinaria.

Mancano, per finire, 154 metri ovvero tre campate e un pezzettino. Poi il Ponte che assomiglia a una nave, il ponte pensato da Renzo Piano, il ponte che è infrastruttura e simbolo insieme, monumento al ricordo di quella tragedia che si è consumata il 14 agosto 2018 e simbolo di coraggio e di rinascita, sarà finito. Tutto inizia oggi, con il varo del secondo concio di completamento nella zona di ponente della campata P1-P2, ovvero una torre provvisoria utile al sollevamento della campata stessa. Il 14 aprile a Levante verrà sollevata in quota la campata da 50 metri tra la pila 17 e la pila 18 a levante. Il 18 aprile a ponente sarà sollevata la seconda campata da 50 mt tra le pile 2 e 3. Infine il 20 o il 21 aprile con un’operazione d’incastro incredibile ci sarà l’ultimo sollevamento. Non sarà finita lì, perché mentre si alza l’ultima campata sarà preparata in cantiere la rampa che si collegherà all’autostrada lato Milano. Ma il ponte sarà lì, nella sua interezza, a restituire la skyline alla Valpolcevera e una buona fetta di speranza nel futuro.

“L’ultima campata – ha detto l’ingegner Siro Dal Zotto, direttore del progetto per Fincantieri Infrastructure – sarà preassiemata e sollevata in quota a circa 32 metri con gli strand jack. La difficoltà sarà quella di riuscire a incunearci nello spazio che ci rimane con un gioco di pochi centimetri”. Appunto un gioco di incastro, e chiamiamolo gioco, che avrà bisogno di calcoli, aggiustamenti, rifilature valutando l’allungamento del ponte indotto dal calore del sole, che non ci sia vento superiore ai 30 km all’ora, che non piova. Insomma, che vada tutto liscio. Ci vorranno nervi d’acciaio. Continua Dal Zotto: “I nervi saldi li abbiamo avuti quando è piovuto per due mesi, quando è arrivata l’alluvione e infine quando è arrivato il coronavirus”.

Anche nel cantiere del Ponte il Covid-19 ha colpito: uno degli operai di una ditta in appalto si è infettato ma fortunatamente è guarito e, uscito dalla quarantena, è tornato in cantiere. “In cantiere abbiano fatto un lavoro rigoroso: disinfettanti e mascherine, distanziamento sociale, turni alla mensa, riunioni all’aperto. Ci siamo adeguati e passato il primo momento di difficoltà e di incertezza, legato anche alla lontananza dalle famiglie, adesso possiamo dire di aver mandato un buon segnale: con il controllo e la prudenza, con il rispetto della sicurezza si può andare avanti”. Come il cantiere del Ponte “che è il simbolo di come si può uscire da una situazione terribile”, che diventa “un esempio da seguire”.