Gente d'Italia

Vi racconto com’è nato il gioco più bello del mondo

Quando gli inglesi decisero di mettere ordine alle corse dietro la palla che veniva colpita indiscriminatamente con le mani e i piedi, considerando necessaria una scelta che ponesse fine a quell’ibrido e che fosse opportuno pensare a un gioco che escludesse l’uso delle mani, allora si inventarono maestri del gioco del calcio. Il 26 ottobre 1863, in una memorabile riunione nella Taverna dei Frammassoni a Londra, fu sancita la separazione del calcio dal rugby e nacque la Football Association. Sbocciò uno sport che, per la semplicità delle regole e il dinamismo, divenne subito popolare. Sheffield, una cittadina del South Yorkshire, aveva anticipato i tempi nuovi fondando la prima società calcistica al mondo (24 ottobre 1857), però non ancora disciplinata dalle regole di gioco fissate definitivamente nel 1882 dall’International Football Association Board.

Nel 1869, al Kennington Oval di Londra, si giocò il primo incontro internazionale di calcio fra Inghilterra e Scozia. Le regole del gioco del calcio sono 17, ma vi risparmieremo tutti i vari passaggi, dal portiere cui fu consentito di usare le mani al "fuorigioco", attraverso i quali si è giunti alla regolamentazione finale. I francesi, rivali storici e dirimpettai spocchiosi degli inglesi, giudicarono con molto snobismo la nascita del gioco del calcio nell’isola britannica. Uno scrittore parigino ne riportò questo essenziale giudizio: "Il calcio in Inghilterra è un utile e divertente esercizio. Una palla di gomma dalle dimensioni di circa una testa è colpita con i piedi da colui che è capace di raggiungerla. Non occorre altra scienza per giocarlo".

L’osservatore francese non poteva immaginare che cosa sarebbe diventato quel gioco più in avanti con la fioritura di esteti, scienziati, apprendisti stregoni e strateghi del pallone fino alle "accademie" dove si sarebbe "studiato" il modo più efficace (la tattica) per governarlo e indirizzarlo fra due pali infissi nel terreno e congiunti da una sbarra trasversale, con la distanza esatta di otto yards fra i due pali (7,32 metri) e l’altezza precisa di otto feet (2,44 metri) della sbarra trasversale dal suolo, più la rigorosa disposizione che pali e sbarra fossero di colore bianco.

DALLA CINA A FIRENZE

Inglesi, maestri. Fondatori del calcio moderno, certamente. Ma, un momento! Al calcio, nelle maniere più svariate e singolari, si giocava da lungo tempo. I cinesi, che vantano primogeniture in ogni campo, a partire dall’invenzione degli spaghetti, giocavano al calcio addirittura nel 3000 avanti Cristo. Era il periodo dell’Impero Giallo sotto la guida di Huang Di, uno dei cinque leggendari imperatori della Cina e fondatore della civiltà cinese. Non poteva sfuggirgli, tra le altre cose, l’invenzione del gioco del calcio. Ci sono testi di addestramento militare di quell’epoca in Cina in cui si fa cenno al "tsu-chu", in pratica il gioco del calcio. Tsu significa calciare con il piede. Chu significa palla fatta di pelle e imbottita. In seguito, ammaestrata dagli inglesi, la Cina ha sposato il calcio moderno con la creazione della Chinese Football Association (1924).

Non è leggenda, ma circostanza storica, il calcio nella Firenze dei Medici, due secoli prima che gli inglesi mettessero ordine nelle "selvagge battaglie" dietro a un pallone. In pieno Rinascimento, a Firenze, si giocava in Piazza Santa Croce e in Piazza Santa Maria Novella. Le occasioni delle partite erano quelle delle grandi feste matrimoniali e delle visite di ospiti illustri. Erano "battaglie" su uno spazio di cento metri per cinquanta fra due squadre di 27 giocatori ciascuna che si contendevano coi pugni e con i piedi il possesso di un pallone gonfio d’aria. Ne dà notizia il vocabolario della Crusca: "È calcio anche nome di gioco, proprio e antico della Città di Firenze, a guisa di battaglia ordinata con una palla a vento, somigliante alla sferomachia, passata dai Greci ai Latini e dai Latini a noi".

PARAGUAY NELLA STORIA

Nel 1400, un missionario gesuita segnalò che si giocava al calcio in Paraguay: "Non lanciano la palla con le mani, come noi, ma con la parte superiore del piede nudo, passandola e ricevendola con grande agilità e precisione". Paraguayani nell’albo d’oro dei precursori del football. Cinesi antesignani, paraguayani precursori, fiorentini all’avanguardia, inglesi fondatori e maestri del "football", ma dietro a un pallone correvamo da più tempo anche in Italia. Già nel 1300, a Pisa, il Consiglio degli Anziani proibì il gioco del pallone sul sagrato del Duomo. Nel 1580, a Bologna, il reverendissimo monsignore Montevalente emanò la "prohibitione sopra al gioco del calzo". Giocatori e spettatori dovevano avere già pruriti da hooligans che allarmavano le autorità.

E a Napoli, tema centrale del nostro racconto, come andavano le cose? Il Pallonetto Santa Lucia ha nel nome una suggestione troppo forte per non fantasticare che vi si giocasse al calcio sebbene la caratteristica strada ricavata su un versante del Monte Echia si sarebbe prestata piuttosto come pista di ciclocross. Tuttavia, il canonico Carlo Celano (1625-1693), avvocato, letterato e religioso, nel suo libro "Le notizie del bello, dell’antico e del curioso della città di Napoli", afferma che al Pallonetto "in epoca remota" vi si disputavano primordiali partite di calcio. In ogni caso, il pallone, dopo che apparve a Napoli alla fine dell’Ottocento, entrò nella vita della città suscitando una passione popolare con pochi riscontri altrove.

Una passione che ha segnato momenti di grande creatività, gioia e fantasia negli anni favorevoli, proteste e disordini in quelli contrari. Il pallone, a Napoli, è stato per molti periodi la "droga" che faceva dimenticare i disagi e i mali della città e la "bandiera" di una vera e propria rivendicazione nei confronti del Nord, addirittura unico strumento, nei momenti difficili della vita cittadina, da contrapporre ai più ricchi, ai più fortunati, ai più organizzati, ma anche ai più arroganti e prepotenti connazionali del Settentrione. La partita diventava l’occasione per prendersi quelle rivincite che il normale confronto negava in altri campi. (continua)

MIMMO CARRATELLI

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