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ORGOGLIO AZZURRO Le partite con le squadre di Milano e di Torino sono state sin dall’inizio il "clou" delle esibizioni degli "azzurri", le più attese e sofferte, godute quando andava bene. Quelle partite e le sfide con la Roma valevano un campionato. La volta che il Napoli incontrò la Roma, tanta era l’attesa per il successo e forte la rivalità con la squadra capitolina, il giornalista Michele Mottola, irpino di Atripalda, sul "Mezzogiorno Sportivo" inventò un titolo rimasto memorabile: "Una partita che vale un campionato". Coronata dal successo diventò "la vittoria che vale un campionato" tanto era la soddisfazione per la supremazia in quel solo match dimenticando il resto del torneo. Il "Mezzogiorno Sportivo" aveva la redazione che affacciava su piazza Trieste e Trento. Da quella redazione Mottola spiccò il volo verso il "Corriere della Sera" diventandone il redattore-capo per quasi quarant’anni. Le partite contro gli squadroni del Nord sono state per lungo tempo l’occasione che si offriva al popolo dei tifosi napoletani, e in una certa misura a tutta la città, per affermare una supremazia altrimenti negata, comunque per porsi alla pari con le metropoli del Nord, in ogni caso per "gridare" di "esistere". Denigrata, maltrattata, isolata, Napoli trovava nel pallone il "mezzo" per portarsi alla ribalta della vita nazionale, per farsi "sentire" e "temere". Ma un gioco resta un gioco. Bertolt Brecht ci avrebbe ammonito così: felice quel popolo che non ha bisogno di eroi pallonari. In ogni caso, è stata una bellissima avventura lunga più di un secolo.

IL PALLONE AL MANDRACCHIO Il pallone, a Napoli, arrivò dal mare. Successe così a Genova, Livorno e Palermo dove attraccavano i bastimenti inglesi. I marinai di quelle navi, scendendo a terra, si divertivano a giocare al calcio di cui la madrepatria gli aveva fornito lo spirito, la passione e le regole di gioco. Diciamo che accadde alla fine dell’Ottocento. Il pallone arrivò anche via terra, a Torino. Un rappresentante torinese di tessuti, Edoardo Bosio, tornando dall’Inghilterra portò con sé un pallone (un pallone!) e l’entusiasmo per i match cui aveva assistito oltre Manica. Era il marzo 1887. A Napoli, nel porto dei pescatori vicino alla chiesa di Portosalvo, ricavato dall’antico porto greco-romano, c’era lo spazio dove i marinai inglesi potevano giocare al calcio. Era il Mandracchio, traduzione napoletana dello spagnolo mandrache (darsena). È stato il Mandracchio il primo "stadio" napoletano. Là si disputarono le prime partite di pallone fra gli equipaggi delle navi inglesi. Il gioco suscitò grande curiosità. All’inizio, i ragazzi agiati della borghesia più di quelli dei rioni popolari fuLa formazione del Genoa che vinse il primo campionato italiano nel 1898 rono attratti da quelle sfide. Lo sport, a quei tempi, era privilegio dei "patrizi". Solo successivamente il calcio divenne, a Napoli, sport e passione popolari. Le prime notizie di partite di calcio in città raccontano le sfide tra i soci dei club nautici. Un primo, minuto resoconto di una partita risale al 1896, proposto da "Il Mattino". Il giornale le dedicò 24 righe con molto distacco sotto un titolo anonimo: "Una partita di football". La passione era ancora lontana dal divampare. L’articoletto registrò quanto segue, senza emozione: "Nel locale della Ginnastica Partenopea al Reclusorio ha avuto luogo ieri una partita di football (giuoco del calcio) tra alcuni soci della Società Canottieri Italia e altri della Partenopea. Le due schiere di giuocatori, ciascuna delle quali forte di dieci baldi giovanotti, hanno dimostrato somma valentìa in questo difficile giuoco che consiste nel ricacciare mediante colpi, dati per lo più con i piedi, una palla nella porta (goal) del campo avverso. La partita è durata più di due ore, interrotta soltanto da quattro riposi di pochi minuti ognuno; e sarà continuata in altro giorno, da stabilirsi, per la gara decisiva. Fra i giuocatori si distinsero i sigg. De Conciliis ed i due fratelli La Manzio nella Partenopea, ed i sigg. Massei, Salvati e Kernot dell’Italia. Facevano da giudici i signori Attanasio, Frasca, Pinto, Coppola e Colmann". Nessuna annotazione sul risultato, ma evidentemente il match, protratto per quattro tempi, dovette concludersi sul pareggio dal momento che fu prevista una nuova sfida che incoronasse il vincitore.

CAMPO DI MARTE SI GIOCA Il marchese Ruffo fondò l’Open Air che ebbe maglie con i colori bianco e viola. E non erano neanche maglie, ma casacche. L’Helios, finanziata da un gruppo di commercianti, aveva una divisa del tutto originale, a scacchi bianchi e neri. I colori dell’Audace erano bianco e verde e la squadra poté contare sul primo portiere acrobatico. Era Pepè Cangiullo, campione campano di tuffi nelle acque di Santa Lucia, poi asso dell’Internazionale, fratello di un artista futurista. Le squadre giocavano al Campo di Marte, più famoso per le aristocratiche sfilate di carrozze e le corse dei cavalli. Mentre a Napoli facevamo pratica di calcio, al Nord si organizzarono subito alla grande. A Torino c’erano già due squadre. Nel 1891 era sorta l’Internazionale Football Club cui dette origine quel Bosio che aveva portato dall’Inghilterra il primo pallone da calcio. Vi faceva giocare gli impiegati della sua ditta tessile e vi attrasse il gruppo dei nobili, col duca degli Abruzzi in testa, che avevano formato una squadra per conto loro. L’Internazionale giocava con altre squadre sorte nelle società di ginnastica e scherma di tutto il Piemonte. L’altra squadra era il Football Club Torinese. Le società di ginnastica furono i primi veicoli molto attivi della diffusione del calcio a Treviso, Udine, Ferrara. Il 7 settembre 1892, a Genova, un gruppo di inglesi, uomini d’affari, commercianti, agenti di viaggio, funzionari, dette vita al Genoa Cricket and Athletic Club, in breve tempo nella città ligure "esplose" il calcio. Addirittura Treviso, nel settembre 1896, mise in palio il primo titolo nazionale di football, di cui però non si serba alcun ricordo e che non figura in nessun albo d’oro. Nel 1897, a Torino, distinti professionisti, un gruppo di studenti e due generali fondarono la Juventus. L’antico atto di nascita ha fruttato alla squadra la definizione di Vecchia Signora. Tra i club tutt’oggi in vita, la Juventus è la terza squadra di più antica data, dopo il Genoa (1893) e l’Udinese (1896). (continua...)

di MIMMO CARRATELLI