Prezzi del petrolio in caduta libera, ieri mattina la quotazione del Brent (l’indice dei prezzi in Europa) ha perso un altro 7% (ieri l’arretramento valeva il 25%) scendendo sotto i 18 dollari al barile. Tuttavia, negli ultimi tre mesi (dal 24 febbraio al 13 aprile), a fronte di un tracollo del 43% dei prezzi del greggio, il prezzo della benzina è calato solo del 7%, tenacemente ancorato alla stagione precedente il dilagare della pandemia e della conseguente crisi economica dovuta al crollo della domanda. Spieghiamo bene quanto sia preoccupante la drammatica caduta delle quotazioni rilevate ieri e oggi, ben più della incredibile notizia di un paio di giorni fa della caduta dei prezzi in territorio negativo. Quel -37 dollari al barile – cioè l’acquirente viene pagato per comprare – sebbene clamoroso si riferisce alle quotazioni di maggio, quando nessuno presumibilmente farà scorte di carburante visto lo stop imposto dal virus alla produzione mondiale.

Le quotazioni a 18 dollari al barile sono, se possibile, ancora più inquietanti: si riferiscono a giugno, ai contratti che verranno stipulati a giugno, e riflettono quindi il profondo scetticismo dei mercati su una possibile ripresa delle attività economiche. Ricordiamo anche come il caso italiano – e cioè l’apparente contraddizione tra prezzo della materia prima, il greggio, e prezzo del prodotto finale, la benzina – sia tutto nostro. C’entra il peso fiscale che lo Stato impone al prezzo della benzina: ben il 69%, tra Iva e accise varie. Si capisce che i produttori possano incidere solo sul 31% rimanente e non abbassano i prezzi, quando peraltro circolano solo i mezzi di trasporto adibiti ai servizi essenziali, per circoscrivere la quota di mancati ricavi. Anche volessero, sotto 1,20 euro a litro la benzina in Italia non potrà mai andare. Si capisce meno la jungla di tasse e accise tanto anacronistica quanto immotivata. Una zavorra a quanto pare eterna.

Come dobbiamo considerare il decimo di centesimo che ogni volta che andiamo al distributore paghiamo per finanziare la "guerra in Abissinia" di un secolo fa? Sfogliare l’elenco delle accise e della loro ragione economica assomiglia a un ripasso di storia moderna, nemmeno contemporanea. C’è la crisi di Suez, l’alluvione di Firenze, il disastro del Vajont, i terremoti di Belice, Friuli e Irpinia, le missioni in Libia del 1983 e in Bosnia nel 1996, le diverse alluvioni. E poi i finanziamenti per affrontare congiunture ed elargire fondi, dalle crisi migratorie al rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri, dall’acquisto degli autobus ecologici al decreto Salva-Italia, dal rimpinguamento delle casse regionali all’immancabile quanto generico sostegno alla cultura.

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