Non sarà la rivincita della campagna contro la città, ma di certo la pandemia ha fortemente inciso sulle gerarchie territoriali. Il modello sociale fondato sulle grandi concentrazioni urbane che la globalizzazione aveva assecondato uscirà piuttosto malconcio da questa esperienza. Sull’onda dell’emergenza Covid-19 il policentrismo italiano rinasce, o almeno rialza la testa. E con esso si ripropone l’attualità di quell’Italia marginale e marginalizzata che sembrava senza futuro.

L’Italia in salita, l’Italia degli Appennini, l’Italia delle colline e delle montagne si ritrova più uguale di prima e, dal punto di vista sanitario, molto più sicura. L’isolamento per chi è già isolato non rappresenta un problema insormontabile e, se la connessione funziona, la natura intrinsecamente democratica della rete rende tutti un po’ più uguali: cittadini di Mottarone e di Roma, di Rapino e di Milano si ritrovano nelle stesse condizioni di operatività sociale, se dispongono di giga sufficienti per dare supporto allo smart working (o ai succedanei tanto in voga in questo periodo), alle lezioni scolastiche da remoto, agli acquisti online, e così distanziando. Viviamo tutti in una grande bolla digitale, che modifica le gerarchie che sembravano scolpite per sempre: la città, specie se grande e metropolitana si ritrova nelle stesse condizioni del piccolo borgo antico, inerpicato sulle pendici dell’Appennino umbro o lucano.

Intendiamoci, l’entroterra italiano, quel Paese marginale e dimenticato (dalle direttrici stradali e autostradali, dai luoghi d formazione, così come dai luoghi della ricreazione, dell’intrattenimento e della socializzazione) non si ritroverà magicamente di nuovo alla ribalta. Le distanze – anche se sembrano condizione privilegiata, talvolta – restano distanze, dalla costa, dal grande centro urbano, dagli hub dei trasporti. Ma per il tempo in cui la pandemia allenterà la sua presa mefitica sull’umanità sarà giusto ed opportuno fare tesoro degli insegnamenti di queste settimane così da sostenere questi luoghi dell’Italia che fa fatica, anche solo a spostarsi per raggiungere un ospedale o una scuola.

Nel corso del lockdown, per esempio, i sistemi intercomunali che curano la gestione associata delle funzioni e dei servizi e che, più in generale, valorizzano la cooperazione tra Comuni hanno prodotto risultati generalmente piuttosto soddisfacenti. Se ne è parlato nel corso di un webinar che IFEL ha sviluppato con il Dara (Dipartimento per gli Affari Regionali e le Autonomie) a margine del progetto “Italiae”; un progetto alimentato dalle risorse del PON Governance e che mira al rafforzamento amministrativo dei Comuni di piccole dimensioni. Nel corso del webinar sono stati esaminati tre sistemi intercomunali (2 Unioni di Comuni e una Comunità Montana) appartenenti alle Regioni maggiormente colpite dal Covid-19, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna.

È stata l’occasione per raccontare le azioni messe in campo per fronteggiare l’emergenza sanitaria legata al Covid-19, soffermandosi sulle soluzioni sviluppate per garantire i servizi alla comunità e le conseguenti scelte organizzative. È indubbio che le forme strutturate di cooperazione tra Comuni hanno consentito ai singoli sindaci di disporre di un hardware amministrativo fondamentale per affrontare la gestione emergenziale e per garantire ai cittadini di quelle realtà la soddisfazione dei diritti primari. Queste esperienze saranno di grande utilità per la cosiddetta “fase 2” e ancor di più per il futuro delle aree interne. Insomma, la pandemia da coronavirus ha accentuato le incrinature già esistenti nel modello di globalizzazione ed ha indebolito fortemente tutti i più recenti paradigmi di sviluppo economico e sociale.

La “vendetta” dei territori distanti dal centro decisionale politico e finanziario si era già manifestata: dal successo di Trump negli Stati Uniti alla Brexit, si tratta sempre di fenomeni nei quali si è letta una crescente ostilità rispetto ai modelli di globalizzazione sfrenata. Per l’Italia non sarà la rivincita della campagna, ma certamente si tratta di un brusco stop rispetto a una tendenza che anche dalle nostre parti sembrava irrefrenabile. Lo spietato microorganismo partito da Wuhan ha fatto crollare tante certezze e tanti luoghi comuni, tra questi anche l’idea che il destino dell’uomo fosse inscindibilmente collegato alle grandi Città e/o alle mega concentrazioni urbane.

Ovviamente il cambio di paradigma che – sulla falsa riga degli obiettivi del Progetto Italiae – può condurre ad una rivitalizzazione delle micro realtà territoriali ha bisogno che – finita la pandemia – si garantiscano alcune condizioni di base. Tra queste, l’esistenza di una solida infrastruttura digitale e telefonica, che consenta la connessione dal centro di Roma (dove talvolta la banda non è abbastanza larga per supportare ore di video call) così come dalla campagna padana, e una alfabetizzazione diffusa che possa assicurare l’utilizzo dei supporti informatici che ci rendono tutti un po’ più uguali. Dovunque risiediamo. Una nuova occasione per dare un volto umano alla maschera della globalizzazione crudele e indifferenziata e per tesaurizzare l’esperienza di una emergenza che ci ha fatto scoprire tutti più distanti, tutti più in salita, o in fila; tutti meno socializzanti; solidali sì, ma non più secondo le regole di qualche ideologica soluzione di tipo economico e sociale.