Nell’America Latina drammaticamente colpita dal coronavirus l’Uruguay è una lodevole eccezione. Ancora una volta. Fedele alla sua storia di quella che era considerata come la “Svizzera d’America”, oggi il Paisito guarda al Covid 19 con un certa tranquillità rispetto ai suoi vicini pur non avendo mai imposto una quarantena obbligatoria. Al terzo mese dall’arrivo di questo terremoto che ha sconvolto il mondo intero qui la vita è tornata già da un pezzo alla nuova normalità. La curva dei contagi è in fortissima discesa, nelle ultime 2 settimane diverse volte il report giornaliero ha segnato 0 nuovi casi positivi alimentando ulteriormente la speranza anche se -avvertono le autorità- non bisogna abbassare la guardia.

I numeri del Sistema Nacional de Emergencias (Sinae) parlano di 23 morti e 848 positivi su un totale di oltre 53mila test: tra questi 792 sono le persone guarite mentre 33 sono attualmente i contagiati di cui 3 in terapia intensiva. 110 sono stati i casi riscontrati all’interno del personale sanitario di cui 105 guariti, 4 ancora positivi e una vittima. La maggior parte dei contagi si concentrano a Montevideo a cui si devono aggiungere anche gli altri dipartimenti interessati: Rivera e poi ancora Canelones, Colonia, Salto, Tacuarembó, Río Negro, Flores, Rocha. Più che la stagione invernale appena iniziata a preoccupare le autorità sono le città di frontiera che confinano con il Brasile, il principale focolaio in America Latina, come il caso Rivera che ha visto nelle ultime settimane una crescita esponenziale dei casi.

Nel contesto regionale di un continente ferito, nell’eccezione uruguaiana c’è da segnalare innanzitutto il tasso di mortalità, uno dei tanti indici che premiano Montevideo: 0,6 ogni 100mila persone, contro il 12,2 del Brasile, il 4,5 del Cile e l’1,1 dell’Argentina. Alla luce di questi numeri per molti analisti l’Uruguay sta diventando un vero e proprio modello nella lotta al coronavirus. Ma come ci sta riuscendo? Sono diversi i fattori sottolineati dagli esperti a cominciare dall’alto numero di test, oltre tre volte di più che Argentina e Brasile ad esempio, e un buon sistema sanitario con una forte presenza dei medici di famiglia che tra le altre cose realizzano i test direttamente a domicilio. Un altro aspetto importantissimo è stata la forte adesione della popolazione alle raccomandazioni del governo nella prima fase dell’emergenza sanitaria decretata il 13 marzo subito dopo i primi 4 casi riscontrati.

A differenza di molti altri paesi qui la quarantena è stata solo volontaria e mai obbligatoria: fedele alla sua tradizione civica, l’Uruguay ha scommesso infatti sulla responsabilità dei suoi cittadini per contrastare il virus evitando la chiusura drastica. Nelle prime settimane il consiglio dell’isolamento è stata seguito da oltre il 90% della popolazione secondo un recente studio. Esistono poi altre caratteristiche proprie del territorio che chiamano in causa una bassa densità di popolazione e la presenza di pochi grandi centri urbani. Intanto la nuova normalità sta ormai entrando pienamente in rigore: dopo il settore edilizio e la ripresa della scuole nell’interno, la settimana scorsa hanno riaperto le porte i centri commerciali e da ieri hanno ripreso gli allenamenti le squadre di calcio di prima divisione.

Tra pochi giorni ritorneranno le funzioni religiose e, progressivamente, l’intero sistema educativo di Montevideo mentre resta ancora in attesa il mondo della cultura che spinge per la riapertura. Se dalla parte sanitaria ci giungono segnali incoraggianti non si può dire altrettanto però dello stato di salute dell’economia che sta iniziando a soffrire una dura crisi con un calo della produttività e un vertiginoso aumento della disoccupazione che preoccupa seriamente il governo di Lacalle Pou: la principale sfida nell’immediato futuro sarà proprio quella di dare l’impulso necessario per la riattivare l’economia così gravemente colpita dal Covid 19.

Matteo Forciniti