Giuseppe Conte (foto: depositphotos)

Ora il premier Conte dovrà gestire una maggioranza che è sempre traballante nei numeri e sfilacciata nelle proposte. A cominciare dal tormentone dei tormentoni: il Mes. Il premier sa bene che i soldi del Recovery Fund nella migliore delle ipotesi arriveranno la primavera prossima. Da qui ad allora, i margini di bilancio per fare nuovo deficit - e quindi nuovo debito da cercare sui mercati - saranno sempre più stretti, se non chiusi del tutto: molto probabilmente il terzo scostamento da 20 miliardi che il governo chiederà al parlamento entro fine mese sarà l’ultimo possibile per quest’anno. Quindi, se serviranno altri soldi non c’è che il Mes, e su quel tema le cose non sono cambiate per ora: per la contrarietà dei 5 stelle, o almeno una parte rilevante di essi, i numeri al Senato non ci sono.

E poi, al di là del Mes, la vera sfida che si schiude davanti a Conte è ancora un’altra, ancora più complicata: riuscire a spendere bene i 209 miliardi conquistati in Europa in modo efficace ed efficiente, senza dare soddisfazione agli appetiti politico-elettorali dei partiti di maggioranza. Anche perché i soldi del Recovery Fund non saranno gratis, un po’ perché la parte più consistente sono sotto forma di prestiti e un po’ perché anche quando si parla di sussidi l’Europa vuole la garanzia che siano utilizzati davvero per combattere la crisi da Covid e fare le riforme per rendere l’Italia competitiva e moderna. Insomma, non poca cosa visto che di riforme, promesse e mai realizzate, nel nostro paese si parla da almeno 30 anni, da quando abbiamo intrapreso la strada di un lento declino.

Sì, perché, ammettiamolo, la crisi siamo noi. Il declino dell’Italia, o per meglio dire il suo impoverimento in confronto ai paesi vicini, ha soprattutto ragioni interne. Da quasi trent’anni, da ben prima dell’euro, il livello di benessere degli italiani non cresce (il reddito disponibile delle famiglie, nei dati). Dunque è stato qualcosa negli anni ’90 a cambiare il corso degli eventi. Guarda caso, nel 1992 lo Stato italiano ha sfiorato la bancarotta e il vecchio sistema politico è crollato. Avevamo sperato, allora, che dal patatrac si sprigionassero energie nuove. Ma dalla società civile emerse Silvio Berlusconi. L’austerità del 1992-93, inevitabile per pagare i debiti sconsiderati degli anni ’80, spinse a riorganizzarsi tutti i privilegiati a cui si era chiesto di contribuire al bene comune. Mancò la capacità di cambiare le leggi per togliere incentivi alla corruzione, cosicché nell’arco di un decennio i nuovi partiti hanno ripreso a comportarsi come i vecchi.

Si era sperato nel 1993-94 che l’economia colpita potesse riaversi esportando, grazie alla caduta a picco della lira. L’accordo con i sindacati garantiva salari fermi mentre il cambio scendeva. Ma i profitti così raccolti finirono perlopiù nell’immobiliare o all’estero. Delusero le privatizzazioni non perché si sia "svenduto", come sostengono i neo-dirigisti di adesso, ma perché i capitalisti italiani, impreparati alla globalizzazione, cercavano guadagni sicuri in settori protetti dalla concorrenza. Infine, con il gran balzo tecnologico già in corso, lo spettacolare calo del costo del denaro donatoci dall’euro fu vissuto più come una penosa scomparsa di rendite sicure (dai BoT) che come incentivo a investire con maggior coraggio.

Sia il ristagno economico sia le accresciute disuguaglianze datano dagli anni ’90. La pressione fiscale dopo le emergenze non cala perché ogni margine di spesa serve per il consenso alla politica. Di nuovo nel 2011 l’Italia ha sfiorato l’abisso del default, e di nuovo dimentica come c’è arrivata. E si continuano a cercare capri espiatori mentre con misure irresponsabili come quota 100 scarichiamo sui figli un futuro di tasse ancora più alte...

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