Gente d'Italia

50 anni dopo, le barricate della memoria

Quante volte, nel corso degli anni, quella immagine di Reggio Calabria è emersa prepotente dalle nebbie della memoria. Corso Garibaldi deserto, avvolto in un silenzio irreale, il sentore lontano, acre, del fumo che si avvolge lento, nel caldo crudele del primo pomeriggio. Siamo scesi insieme, da via XXIV Maggio: zia Elena, la più coraggiosa, la “pasionaria” della famiglia, ha accolto finalmente le insistenti richieste di quel bambino che compirà dieci anni tra poco, di vedere “i carri armati a Reggio”. Così percorriamo gli ultimi metri di corsa, con il cuore che batte forte e la mano del bambino che ero allora che stringe ancora più forte la sua. Sono gli ultimi metri, poi svoltato l’angolo del Teatro Siracusa ecco, il silenzio assordante nella canicola ci assale di colpo e lontano, l’immagine piccola ma così forte delle barricate. I suoni che rotolano all’improvviso lungo il Corso deserto, come una valanga, e poi il rumore metallico che giunge attutito dalla distanza, la carica della Polizia, le grida, i colpi. “Li hai visti? Li hai visti i “carri armati”?”. La voce di zia Elena rompe improvvisa il silenzio, forte, accesa. La guardo di nascosto mentre osserva intensa il Corso invaso dal fumo, è rossa in viso, eccitata dall’orgoglio della gente di Reggio che vuole, che “ama” quella rivolta. Suona come una fucilata nella mente del bambino che ero allora, con gli occhi sgranati per vedere lontano, per trattenere avidamente quell’immagine del fumo, della lotta, dei rumori, dei “carri armati a Reggio” e imprimerla per sempre nelle pellicola del ricordo. In quei giorni di luglio del 1970 ero un bambino che aveva quasi dieci anni, e a Reggio Calabria dovevo trascorrere, come nelle estati passate, qualche settimana di vacanza, ospite della nonna e delle “vecchie zie” nella “villetta dei Cipriani”, in via del Torrione, nel Centro storico di Reggio, proprio alle spalle del Corso Garibaldi. Mia madre, apprensiva come sempre, mi affidava alla cura dell’amatissima nonna Franca (che in realtà si chiamava Giulia, ma questa sarebbe un’altra storia, troppo lunga da raccontare adesso), sicura che nulla avrebbe mai potuto accadermi sotto l’occhio vigile di lei e delle sue sorelle, Anna ed Elena, che per me restano ancora oggi, e per sempre, “le vecchie zie” anche se – devo constatarlo con un velo di realistica tristezza – erano più giovani dell’età che io ho adesso, mentre scrivo queste righe. Ma invece di trascorrere la solita vacanza tra spiaggia, mare e deliziosi piatti ipercalorici calabresi, mi ritrovai nel bel mezzo di una guerriglia urbana degna di Belfast o di Beirut, testimone impreparato di un evento, che avrebbe segnato per sempre la storia di Reggio e del nostro Paese. E la mia. Così capii, percepii piuttosto, che un’intera città, un intero “popolo” si stava ribellando per qualcosa che aveva radici lontane, molto lontane, e che pochi fuori da quel contesto riuscivano ad apprezzare ed interpretare nel modo corretto e nella sua reale portata. Tutte queste cose le capii solo dopo, molto dopo negli anni, quando girando il mondo da inviato tra le guerre e le barricate degli “altri”, dai carri armati dei Caschi Blu dell’Onu a Timor Est ai blindati americani nel Kosovo, approfondii, ogni qualvolta mi fu possibile, la storia degli incredibili eventi di Reggio, di cui fui testimone-bambino e in buna parte inconsapevole. Capii che fu una rivolta di una città che si fece però simbolo e vittima per un intero popolo, per un intero meridione che, finalmente, si ribellava. Una rivolta che aveva radici antiche, che traeva la sua origine lontana dallo scippo piemontese-savoiardo che volle il Sud colonizzato, e privato di tutte le sue ricchezze finanziarie e industriali le casse del Banco di Napoli svuotate e portate a Torino, le ferriere di Mongiana smantellate e miseramente abbandonate, la cultura stessa di un Regno ridotta a osceno zimbello di una poderosa campagna di diffamazione storica anti-meridionalistica, che in parte prosegue tutt’ora. E poi la rivolta contro quello statalismo, quel centralismo arrogante che al Sud ha sempre tolto tutto e dato poco. Con l’arte tutta italica di restituire il maltolto facendolo passare per elemosina… Alla sera, poi, le “vecchie zie” nella “villetta” di via del Torrione, attorno al lungo tavolo della veranda, si accaloravano per ribellarsi contro tutto questo, insieme a tutti i reggini della Repubblica di Sbarre e del Granducato di Santa Caterina. E così come “antiche” erano le umiliazioni subite, “antiche” furono le offese tirate fuori dai detrattori della rivolta, che chiamarono “fascisti” i reggini, così come i “piemontesi” chiamarono “briganti” i meridionali tutti. Certo, non si può negare che la destra dell’epoca, quella del Movimento Sociale Italiano, capeggiata in loco dal dirigente reggino dell’MSI, il senatore Francesco, detto Ciccio Franco (al quale oggi è intestata l’ex Arena dello Stretto, ora Anfiteatro, di Reggio) occupò il posto lasciato vuoto dalla sinistra di allora, che non seppe (o non volle) mettersi a capo della rivolta. Il clima, i suoni, l’atmosfera, la stessa “aria” – con i suoi profumi e i suoi colori - di quelle giornate la posso ancora percepire, fisicamente, dopo cinquant’anni. Anche oggi che quei ricordi lontani si confondono con le immagini in bianco e nero dei telegiornali dell’epoca. Anche oggi che quelle care figure delle “vecchie zie” - riunite di fronte al televisore che aveva solo due canali Rai a guardare e a riconoscersi nelle riprese della rivolta - sono solo fantasmi di un epoca che non tornerà. Trasformate in immagini che restano per sempre impresse in quella parte della memoria di ognuno di noi che è indelebile. Impresse per sempre nelle barricate della nostra memoria.

di MARCO LUPIS

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