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Quando abbiamo pensato che il tempo delle divisioni tra diverse esperienze storiche del riformismo fosse giunta al termine, tanto da far apparire matura una coraggiosa iniziativa di aggregazione, in realtà pensavamo che fosse altresì necessario, per dare dignità e nitore al processo, distinguere elettoralmente la nuova formazione politica dalla sinistra radicale o antagonista.

Certo, la linea del partito a vocazione maggioritaria peccava di ambizione e forse scontava un che di astrattezza, ma proponeva al variegato fronte anti berlusconiano l’idea di uno scatto in avanti. Doveva prevalere la generosità, quella generosità che sempre si richiede in occasione di scelte fondamentali. Invece, nel tempo, lo spirito di novità ha perso vigore. Non è questo, oggi, il retaggio di incompiutezza che frena l’azione del Partito democratico? Il disegno complessivo appare rovesciato, la prospettiva si mostra pertanto incerta: l’incontro con una forza di matrice populista sta dando corpo a forti dubbi sulla tenuta di una politica autenticamente riformatrice.

Ora, mentre nel mondo rinasce lo spirito della "sinistra di centro", con Biden impegnato in America a conquistare nella sua sfida presidenziale il consenso dell’elettorato intermedio, in Italia l’agenda dei Democratici si sostanzia nel dilemma di un’alleanza giallo-rossa dai destini ancora nebulosi. Il baricentro si è spostato. Questa maggioranza di governo contempla persino l’ipotesi di una nuova fusione a freddo, stavolta tra Pd e M5S.

Chi sogna, per tale via, una rinascita della sinistra, riduce fatalmente il rapporto con l’area di centro a mera formula di convenienza. Avanza la tesi, cioè, che un’ala riformista e moderata possa agire con qualche utilità in funzione di copertura, come aspetto accessorio di una politica non ben definita che avrebbe in sé l’ambizione, in ogni caso, di riconfigurare gli interessi di popolo contro le dinamiche fallimentari del capitalismo globalizzato. Il punto critico, a tale riguardo, consiste nel fatto che un generico abbozzo di centro, spoglio di autenticità ideale e politica, arranca a fatica nella scalata al consenso.

Non solo. A forza di congegnare modelli che servono essenzialmente a rianimare la sinistra, pure accettando obtorto collo la contaminazione con il populismo, si scivola contro ogni aspettativa nella palude dell’autoconservazione. Questa è la trappola da cui deve uscire il Partito democratico. Non si vede, ad esempio, per quale ragione sul referendum non debba valere un giudizio più equilibrato.

Anche Bettini riconosce che in mancanza della riforma elettorale il taglio dei parlamentari rappresenta un azzardo o peggio un pericolo. Allora bisogna essere conseguenti, pena la raffigurazione di un partito cedevole suo malgrado all’egemonia del M5S. Sarebbe un bene per l’Italia?

GIUSEPPE FIORONI

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