Sino a metà settembre la mostra "Il tempo di Caravaggio" ai Musei Capitolini alimenta la fiacca estate romana che non ha più i fasti dell’epoca dell’assessore Renato Nicolini negli anni Settanta-Ottanta. L’esposizione è un’occasione preziosa non soltanto per ammirare il celebre quadro "Ragazzo morso da un ramarro" di Caravaggio, ma anche per cogliere il senso di una grande passione critica, quella di Roberto Longhi per la cosiddetta "luce caravaggesca". Infatti l’esposizione propone una quarantina di tele provenienti dalla collezione personale del critico di cui quest’anno ricorre il cinquantenario dalla morte. La mostra, curata da Maria Cristina Bandera, direttrice scientifica della Fondazione Longhi, è dedicata alla raccolta dei dipinti caravaggeschi di Roberto Longhi (Alba 1890 – Firenze 1970).

Nella sua dimora fiorentina, Villa Il Tasso, oggi sede della Fondazione, che gli è intitolata, raccolse un numero notevole di opere dei maestri di tutte le epoche che furono per lui occasione di ricerca. Tra queste, il nucleo più rilevante e significativo è senza dubbio quello che comprende le opere del Caravaggio e dei suoi seguaci. Lo storico dell’arte si dedicò allo studio del Caravaggio, all’epoca uno dei pittori "meno conosciuti dell’arte italiana", già a partire dalla tesi di laurea, discussa con Pietro Toesca, all’Università di Torino nel 1911. Una scelta pionieristica, che tuttavia dimostra come il giovane Longhi seppe da subito riconoscere la portata rivoluzionaria della pittura del Merisi, così da intenderlo come il primo pittore dell’età moderna.

La tela "Ragazzo morso da un ramarro", che risale all’inizio del soggiorno romano di Caravaggio, databile intorno al 1596-1597, colpisce innanzitutto per la resa del brusco scatto dovuto al dolore fisico e alla sorpresa, che si esprimono nella contrazione dei muscoli facciali del ragazzo e nella contorsione della sua spalla. Ma anche per la "diligenza" con cui il pittore ha reso il brano della natura morta con la caraffa trasparente e i fiori, come sottolineò Giovanni Baglione già nel 1642. Nella sala introduttiva, dedicata alla figura di Roberto Longhi, è esposto un disegno a carboncino della sola figura del ragazzo, realizzato dallo stesso Roberto Longhi, che vi appose la propria firma nel 1930.

Si tratta di un d’après, dal foglio a grandezza quasi naturale, che non solo dimostra l’abilità di disegnatore dello storico dell’arte, ma che soprattutto ne attesta la perfetta comprensione dell’organizzazione luminosa del dipinto che aveva davanti agli occhi. Di valore anche i dipinti degli artisti che per tutto il secolo XVII sono stati influenzati dalla sua rivoluzione figurativa. Tra questi tre tele di Carlo Saraceni; l’Angelo annunciante di Guglielmo Caccia detto Il Moncalvo; la Maria Maddalena penitente di Domenico Fetti; la splendida Incoronazione di spine di Pier Francesco Mazzucchelli, detto il Morazzone, l’Allegoria della Vanità, una delle opere più significative di Angelo Caroselli.

Quattro tavolette di Lorenzo Lotto e due dipinti di Battista del Moro e Bartolomeo Passarotti aprono il percorso espositivo con l’intento di rappresentare il clima artistico del manierismo lombardo e veneto in cui si è formato Caravaggio. In mostra "Il ragazzo che monda un frutto", una copia antica da Caravaggio, che Longhi riteneva una "reliquia", tanto da esporla all’epocale rassegna di Palazzo Reale a Milano nel 1951. Tra i grandi capolavori del Cinquant’anni dalla scomparsa di Roberto Longhi: la mostra in suo ricordo primo caravaggismo spiccano inoltre cinque tele raffiguranti Apostoli del giovane Jusepe de Ribera e la Deposizione di Cristo di Battistello Caracciolo, tra i primi seguaci napoletani del Caravaggio.

"La Negazione di Pietro" è poi il grande capolavoro di Valentin de Boulogne, recentemente esposto al Metropolitan Museum of Art di New York e al Museo del Louvre di Parigi, la cui ambientazione è un preciso riferimento alla famosa "Vocazione di San Matteo" di Caravaggio, nella chiesa romana di San Luigi dei Francesi. Con opere di rilievo sono presenti anche artisti fiamminghi e olandesi come Gerrit van Honthorst, Dirck van Baburen e soprattutto Matthias Stom. Notevoli anche le opere di due pittori di incerta identità, noti come Maestro dell’Emmaus di Pau e Maestro dell’Annuncio ai pastori, oltre a due piccoli ma significativi paesaggi di Viviano Codazzi e Filippo Napoletano.

Tra gli altri grandi artisti si segnalano i genovesi Bernardo Strozzi, Giovanni Andrea De Ferrari e Gioacchino Assereto. E ancora Andrea Vaccaro, Giovanni Antonio Molineri, Giuseppe Caletti, Carlo Ceresa, Pietro Vecchia, Francesco Cairo e Monsù Bernardo. A una stagione più avanzata sono riferibili due capolavori di Mattia Preti – l’artista che più di ogni altro contribuì a mantenere fino alla fine del Seicento la vitalità della tradizione caravaggesca – e due bellissime tele di Giacinto Brandi al termine del percorso espositivo. La mostra è accompagnata da un catalogo realizzato da Marsilio Editori che presenta le opere del Caravaggio e dei suoi seguaci nella Collezione Longhi.

È strano e bello vedere insieme questa serie di caravaggeschi proprio sul Campidoglio, nel cuore della città che vide esplodere la moda del naturalismo figurativo nel Seicento: quasi un ritorno a casa. Ed è molto ben studiata perché segue una linea precisissima, quella dell’importanza della luce nelle opere, vera e propria feconda fissazione di Roberto Longhi, il quale tese sempre a rilevare l’artificiosità nella presunta naturalezza della pittura classica: con Caravaggio e i suoi seguaci e poi con la predilezione per quella che chiamò "pittura plastica" (Masaccio, Piero della Francesca, Paolo Uccello).

La mostra romana, dunque, si segnala non solo per la sua colta bellezza, ma anche per come insiste sull’aspetto anti-naturalistico della pittura seicentesca, quasi a testimoniare che nell’attenzione spasmodica alla verosimiglianza di Caravaggio e dei suoi seguaci c’era comunque una predilezione per la "messa in scena": pare di veder muovere i candelabri, in questi quadri, immaginandosi i pittori alle prese con modelli immobili che dovevano districarsi tra fonti di luce diverse, in grado di rendere quasi iperrealistico il risultato sulla tela. Una sorta di teatro, in ogni caso, a testimonianza, ancora una volta, di come la pittura e l’arte scenica siano sempre state interdipendenti, soprattutto nel caso di artisti attenti alla "interpretazione" non pedissequa, non fotografica del reale.

Questa mostra, infine, rende omaggio a un maestro della critica il cui magistero va continuamente ribadito per ricordarci che, nel nostro Paese, la storia del Novecento non si è divisa maniacalmente in crociani e marxisti, ma ha conosciuto eccellenze che hanno seguito strade proprie lontane dalle mode. Tanto che oggi, 2020, per apparente paradosso, la scuola longhiana, al di là del suo peso specifico nel settore, è una delle più vive e feconde per via della sua capacità di coniugare rigore storico-analitico, inflessibilità etica e libertà assoluta di ispirazione critica.

Marco Ferrari

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