Con questo referendum il popolo italiano viene chiamato ad approvare o meno la legge approvata dal parlamento in data 11 luglio 2019 del disegno di legge costituzionale A.S. 214- 515-805-B dal titolo: “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari” modifica costituzionale che prevede il passaggio dagli attuali 630 a 400 deputati e dagli attuali 315 a cui si aggiungono senatori a vita a 200 senatori. La riforma limita a 5 il numero massimo di senatori a vita. – L’ art.138 della Costituzione prevede che le modifiche costituzionali: “… sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera“. – Nei tempi indicati sono state raccolte le firme richieste. – Il 15 Gennaio la Corte di Cassazione ha approvato la “ammissibilità del referendum”.

Votando SI approvate la riduzione del numero dei parlamentari. Votando NO stabilite che il numero rimanga quello attuale. Inoltre, in caso di approvazione, verrà modificata la legge elettorale per ridefinire i collegi elettorali coerentemente al numero inferiore dei parlamentari eletti. In questa votazione, trattandosi di un referendum costituzionale, non esiste il quorum quindi prevarrà la maggioranza dei voti espressi indipendentemente dal numero dei votanti. Il numero dei parlamentari e la definizione dei collegi elettorali influenza i rapporti tra gli elettori e gli eletti, influenza anche i rapporti tra i partiti ed i loro candidati e poi gli eletti, inoltre influenza il processo legislativo. Gli effetti vengono stimati, da chi è favorevole, principalmente in quanto renderebbe più snello il decidere ed anche, sebbene con prudenza, come riduzione di spese. Da chi invece è contrario l’effetto principalmente temuto è la riduzione della rappresentatività. Questi argomenti verranno presentati più in dettaglio nei capitoli seguenti.

Il problema del numero dei parlamentari è affrontato in modo diverso nei diversi paesi UE. I paragoni sono resi difficili dal fatto che i sistemi politici possono essere diversi da paese a paese. Per esempio in alcuni paesi esiste una sola Camera, in altri il Senato ha funzioni e prerogative diverse. Nei paesi a struttura federale i parlamenti locali si sovrappongono alle funzioni del Parlamento in uno stato non federale. In generale però si può constatare che: – il numero di parlamentari per 100 mila abitanti aumenta nei paesi di piccole dimensioni, – i paesi con struttura federale ne hanno tendenzialmente meno, dato che è come se avessero più parlamentari rispetto al numero strettamente indicato a livello centrale. A seconda dei sistemi democratici, possiamo constatare che il numero dei parlamentari può essere fissato in rapporto alla popolazione (come è ora in Austria, e come era nella Costituzione italiana dal 1948 al 1963), oppure in base ad un numero fisso, previsto nella Costituzione (come è in Italia a partire dalla modifica costituzionale del 1963), oppure il numero viene stabilito per legge (come è in Francia, dove la costituzione si limita a fissare dei numeri massimi o minimi).

In base ai dati forniti dal Servizio Studi del Senato Italiano, l’Italia attualmente, con 1,6 parlamentari ogni 100 mila abitanti, si colloca al 22° posto tra i 27 paesi europei (al primo posto Malta con 16,6 parlamentari per 100 mila abitanti, all’ultimo la Germania, paese federale, con 0,8). In caso di approvazione della riduzione dei parlamentari tale rapporto scenderebbe allo 0,99 eletti per 100.000 abitanti, resteremmo penultimi prima della Germania e dopo la Spagna (1,3). Nei grandi paesi democratici del mondo, quali USA, Brasile e India, il rapporto tra elettori ed eletti è intorno ad un eletto ogni 500 mila elettori. In Italia, il testo originario della Costituzione (valido tra il 1948 ed il 1963) prevedeva per la Camera, un deputato ogni 80.000 abitanti; per il Senato, prevedeva un senatore ogni 200.000 abitanti, questo avrebbe richiesto in totale di circa 110 parlamentari in più rispetto ai 930 attualmente in vigore. Con la modifica costituzionale del 1963, che fissa il numero dei rappresentanti indipendentemente dal numero degli abitanti, in rapporto alla popolazione aumentata negli anni, oggi il rapporto è cambiato: vi è un deputato ogni 96.000 abitanti circa e un senatore ogni 189.000 abitanti circa, ed un rapporto complessivo di 1,6 parlamentari ogni 100 mila abitanti. Dal 1983 si sono succeduti 7 tentativi di riduzione del numero dei parlamentari. Per motivi diversi non hanno avuto seguito.

ARGOMENTI PER IL SI

La democrazia rappresentativa non è un’improvvisazione. Deriva dall’aver constatato nei secoli che le scelte pubbliche non possono essere gestite con la democrazia diretta quando convivono oltre qualche decine di migliaia di cittadini. Dunque la democrazia rappresentativa fa i cittadini titolari delle scelte pubbliche complesse attraverso il Parlamento, in cui gli eletti discutono e decidono. Non è uno strumento rigido. Aggiorna le regole del convivere al passar del tempo, resta soggetto alla continua valutazione dei cittadini nonché a periodici loro giudizi elettorali a scrutinio segreto. Può avvalersi di forme di democrazia diretta su singole tematiche circoscritte. Il 29 marzo 2020, il voto SI rende più funzionale la democrazia rappresentativa. Infatti il Parlamento ha approvato in doppia lettura a maggioranza (per la prima volta dopo due decenni di rinvii) il taglio nel numero dei parlamentari.

Questo taglio: – rende più snello discutere e decidere (da sempre l’inflazione numerica di una carica pubblica, la depotenzia), – rende più trasparenti gli atti parlamentari, – agevola giudicare da fuori quanto accade, – consente allo Stato un risparmio certo, seppure di ammontare assai limitato, – contrasta alla base la campagna ultra-decennale dei media contro il parlamento e a favore delle elites di governo distanti dai cittadini. Le critiche al ridurre il numero dei parlamentari sono fatte per lo più da chi ne ha sostenuto per anni la necessità. Le principali criticano il non aver esteso le riforme ad altri meccanismi istituzionali. Tuttavia non hanno spessore poiché sorvolano sul fatto che il taglio avvicina ai cittadini e che non impedisce di fare le correzioni ritenute utili. La capacità rappresentativa non è il rapporto quantitativo tra rappresentanti e rappresentati e la misura del territorio coperto.La capacità rappresentativa esprime le scelte operate dai cittadini circa i progetti politici e circa i rappresentanti eletti per dibattere e decidere come agire in via istituzionale, in base al raggrupparsi delle diverse Libertà dei cittadini. Uno vale uno nell’esprimersi, non nell’esser rappresentato quale singolo.

La distanza fra rappresentato e rappresentante non attiene all’attribuzione fisica (come se la rappresentanza aumentasse se più vicina al rapporto 1:1), bensì al criterio adottato dagli eletti nel discutere e nel decidere basandosi più o meno sulle conseguenze nei rapporti tra i cittadini. E ciò sotto il profilo della quantità e anche della qualità della rappresentanza. Anche dopo il taglio, il suffragio resta democratico, libero, uguale per ognuno nello scegliere la rappresentanza. Approvato a maggioranza assoluta (molto estesa nella quarta votazione), il taglio avrebbe modificato la Costituzione se un quinto dei senatori non avesse richiesto di sottoporla a referendum. È stato determinante il gruppetto di senatori di un partito i quali, dopo aver votato SI al taglio nelle 2 votazioni in aula, hanno fatto raggiungere la soglia per il referendum, preferendo far decidere ai cittadini. Nel rispetto delle leggi vigenti, il 29 marzo andremo alle urne.

Eppure non serviva far votare i cittadini sul quesito che approva o respinge la legge votata, finché in Senato il quorum non è stato raggiunto rinnegando le scelte precedenti. In realtà il 29 marzo è un passaggio che mira a logorare il Parlamento con la scusa di preservarne la capacità rappresentativa. Solo che tale capacità non è legata alla quantità degli eletti e a quanto territorio coprano. È legata alle scelte espresse dai cittadini circa i progetti politici e circa i rappresentanti eletti per dibattere e decidere quale progetto attuare. In seguito i cittadini giudicano i risultati ottenuti. Riempire le urne con il SI è il modo più efficace sia per mettere nell’angolo le manovre di palazzo dei fautori a parole della democrazia civica (i quali intendono favorire concezioni di governo sopra i cittadini), sia per potenziare le istituzioni rappresentative con i correttivi migliorativi introdotti dal taglio che avvicina ai cittadini.

ARGOMENTI PER IL NO

La riduzione di un terzo del numero dei parlamentari tocca equilibri delicati. La Costituzione del ‘48 prevedeva un rapporto fisso tra il numero dei parlamentari e quello dei cittadini, assicurava così che tra gli eletti e gli elettori potessero esistere contatti e rapporti. Senza la riforma del 1963 oggi avremmo circa 110 parlamentari in più. L’ulteriore riduzione del numero dei parlamentari oggettivamente renderà più difficoltosa l’esistenza di un rapporto personale diretto tra i cittadini e gli eletti, facilitando così il controllo dei partiti sui loro rappresentanti. Tale fenomeno è già presente ed è tra i motivi dell’aumento dell’astensionismo al voto (ritenuto inutile) e della sfiducia nelle istituzioni. Anche l’assenza del voto di preferenza e il mancato rafforzamento e quindi l’indebolimento di strumenti di partecipazione democratica dei cittadini, come gli strumenti di democrazia diretta e partecipativa (alcuni già previsti dalla Costituzione, come quello che siamo in procinto di utilizzare, e il cui potenziamento, originariamente, era previsto avrebbe dovuto accompagnare la riforma), queste carenze contribuiscono a rafforzare il fenomeno dell’allontanamento dei cittadini dalle istituzioni che sarebbe rafforzato dalla riduzione dei parlamentari. In queste condizioni, si rafforza anche la tendenza che spinge i rappresentanti, allontanati dai cittadini, a degenerare in “funzionari del partito”.

Al contrario i costituenti introdussero primi ed essenziali strumenti di democrazia diretta e precisarono che i parlamentari dovessero agire “senza vincolo di mandato” e quindi: pensando con la propria testa. I propositori della modifica costituzionale hanno usato l’ argomento “economia”, ma in paesi con un numero molto più alto di parlamentari in rapporto ai cittadini, questi parlamentari vengono pagati meno e l’economia è assicurata meglio e senza incidere sulla rappresentatività. Una cattiva legislazione infatti, costa ai cittadini molto più cara che non l’economia della riduzione dei parlamentari, stimata a 7 millesimi della spesa pubblica. Anche l’argomento della “semplificazione delle procedure” non pare avere consistenza. Se alcuni parlamentari, nel corso dei dibattiti, espongono le loro opinioni e magari quelle di cittadini con i quali possono tenersi in contatto, questo sarebbe un vantaggio per la democrazia e per la qualità della legge, e non una complicazione che esiga di essere “semplificata”.

L’argomento “semplificazione” si annulla se si pensa che, se approvata, la modifica impone la ridefinizione della legge e delle circoscrizioni elettorali. Le regioni piccole (Basilicata, Valle D’Aosta…) potrebbero trovarsi a poter eleggere solo rappresentanti dei partiti di maggioranza. La circoscrizione estero perderebbe ancora di più la propria rappresentanza (passando da 18 a 12 rappresentanti). I partiti di piccole dimensioni verrebbero penalizzati maggiormente. – I senatori di partiti di minoranza potrebbero non essere presenti nelle Commissioni, anche in occasioni deliberanti. – Aumenterebbe il rischio di modifiche costituzionali approvate anche senza referendum dei cittadini, essendo più facile il superamento della maggioranza dei 2/3. Inoltre, per un candidato, la necessità di farsi conoscere da un numero più elevato di cittadini ed in una circoscrizione più estesa, implica maggiori spese elettorali e, soprattutto, maggiore sostegno da parte di: gestori di media, canali di informazione … ecc.

Per questo, la riduzione del numero dei parlamentari produrrebbe: – un rafforzamento del legame tra gli eletti ed il partito di appartenenza, – un rafforzamento del “partitismo” ( consistente nel mirare al bene del partito e non a quello della collettività). – un rafforzamento della importanza delle lobby di potere (purtroppo esistenti), sia al momento dell’elezione e che durante l’attività legislativa. In un Parlamento eletto senza preferenze e controllato dai capi- partito, il numero dei parlamentari è relativamente secondario. Riteniamo che la riduzione potrà favorire tendenze negative già presenti, come il rafforzamento dell’esecutivo ai danni del legislativo, e manifestatesi anche in precedenti proposte di modifica della Costituzione, rifiutate dai cittadini. Il voto SI rafforzerebbe : il partitismo, l’influenza delle lobby, la distanza dei rappresentanti dai cittadini e la difficoltà dei cittadini di esprimersi ed incidere. Invitiamo a votare NO per riaffermare il ruolo dei parlamentari come rappresentanti dei cittadini ed in continuo contatto con gli elettori, come previsto dalla Costituzione“.

IL QUESITO SOTTOPOSTO AL VOTO

“Approvate il testo della legge costituzionale concernente: “Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana – Serie generale – n.240 del 12 ottobre 2019.

VOTO IN PARLAMENTO

Finale (seconda lettura). Alla Camera: presenti 569, votanti 567, favorevoli 553, contrari 14, astenuti 2. Al Senato: presenti 231, votanti 230, favorevoli 180, contrari 50, astenuti 1.

L’INFORMAZIONE DEVE ESSERE PLURALISTA

I testi riportati sono stati redatti da semplici cittadini, attivisti di comitati a favore del SI e del NO, in cooperazione tra di loro ( in modo simile a quanto avviene nello stato USA dell’Oregon, dove i redattori vengono estratti a sorte tra i cittadini). Infatti, nelle importanti occasioni come sono le votazioni popolari, occorre che l’informazione dei cittadini sia all’altezza delle loro responsabilità e sia in grado di mettere ciascuno nelle condizioni migliori in modo che possa fare la scelta più intelligente per la collettività intera. L’informazione, quindi, deve essere al tempo stesso sintetica ma completa, pluralista, accessibile a tutti. Non può essere “di parte”, tanto meno può essere affidata ad entità a carattere commerciale (come lo sono i media privati). Nei paesi dove gli strumenti di democrazia diretta, affiancati da quelli di democrazia rappresentativa, sono presenti da più tempo e sono di uso più frequente (Svizzera…, California… ecc ecc), un documento come il presente esiste e viene gratuitamente diffuso da enti pubblici agli elettori. Per il bene del popolo italiano e della sua democrazia, i cittadini democratici e gli enti che sostengono la diffusione di questo strumento di informazione esortano i legislatori a fare in modo che un testo con queste caratteristiche venga redatto e reso pubblico in ogni futura occasione.