Fausto Longo, Luis Roberto Lorenzato, Eugenio Sangregorio e Mario Borghese alla Camera. Adriano Cario e Ricardo Merlo al Senato. Quanti di voi italiani in Sud America conoscono queste persone? Sono loro i 6 rappresentanti all’interno del Parlamento degli italiani residenti in Sud America. In questi ultimi giorni si sono susseguite diverse videoconferenze organizzate dai rappresentanti dell’emigrazione sul referendum costituzionale.

Illustri relatori hanno ripetuto spesso un concetto: a differenza di quanto avviene in Italia dove ci sono le liste bloccate e poi il partito decide chi viene eletto, all’estero esisterebbe un rapporto diretto con gli elettori che hanno la fortuna di poter scrivere il nome del candidato sulla scheda elettorale e così vedere miracolosamente esaudita la volontà popolare. Ma quando mai, questa è una ricostruzione falsa della realtà che di certo stona con la situazione degli italiani in Sud America o almeno in Uruguay, la terza comunità italiana della regione dopo Argentina, Brasile e Venezuela, costantemente ignorata e snobbata dalle istituzioni governative locali e da Roma.

A Montevideo -così come altrove- questi parlamentari sono venuti solo con uno scopo: cercare voti e nient’altro anche attraverso azioni di propaganda elettorale travestite da rivendicazioni come insegna bene la storia del Maie (Movimento Associativo degli Italiani all’Estero), arrivato addirittura al governo passando con disinvoltura dalla destra alla sinistra. Dei problemi reali della gente non è mai interessato niente a nessuno: non è populismo, è un dato di fatto. Ovviamente un singolo parlamentare non può fare tanto da solo ma quel “rapporto diretto con gli elettori” di cui in questi giorni si parla in diverse realtà sudamericane non c’è mai stato. Affermare il contrario è un insulto. È vero che le distanze in questa circoscrizione sono enormi ma non c’è mai stato neanche un coinvolgimento “virtuale” grazie all’uso della tecnologia che abbatte facilmente le distanze.

Negli ultimi dieci anni l’unico politico che ha provato a fare qualcosa per l’Uruguay è stato Fabio Porta del Partito Democratico, proponendo dibattiti aperti alla cittadinanza e azioni concrete all’interno delle istituzioni. E tutti gli altri? Detto ciò non bisogna dimenticare le gravi responsabilità anche del partito di Porta nei confronti degli italiani all’estero e basta citare solo quell’ignobile tassa di 300 euro per il riconoscimento della cittadinanza che ha mercificato un diritto. Il caso dell’Uruguay comunque è emblematico perché -da quando esiste il voto all’estero- è sempre stato solo terra di conquista dei politici argentini (soprattutto) e di quelli brasiliani. Nonostante i numeri alti che potrebbero tradursi in un’elezione, i 130mila votanti non sono mai riusciti a esprimere un loro rappresentante in Parlamento per le continue divisioni interne che hanno solo favorito altri concorrenti esterni.

Gli attuali deputati e senatori sudamericani, ricordiamolo, furono eletti nel 2018 con un’affluenza di poco più del 30% ma bisogna anche precisare che le operazioni di voto furono fortemente contestate. In più, ci furono sospetti e accuse di brogli con annesse indagini della magistratura, come puntualmente succede in ogni occasione grazie a un sistema di voto che non offre alcuna garanzia. La riforma costituzionale che saremo chiamati a votare prevede il taglio del 36,5% dei componenti di entrambi i rami del Parlamento e inciderà anche sulla rappresentanza degli italiani all’estero.

Dagli attuali 18 parlamentari (12 deputati e 6 senatori) si passerà a 12 (8 alla Camera e 4 al Senato) nonostante il numero dei residenti all’estero negli ultimi 15 anni sia triplicato. Il referendum sarebbe l’occasione ideale per fare una seria riflessione sul ruolo della rappresentanza estera che ha clamorosamente fallito sotto tutti i punti di vista. Ma anziché fare una sincera autocritica, oggi sentiamo ripetere la stupidaggine del “rapporto diretto con gli elettori” che suona come una difesa della casta e apre inevitabilmente la porta al taglio che potrebbe essere ulteriormente dannoso per la difesa delle comunità almeno a livello di numeri. Al di là delle ragioni del sì e del no occorre sfatare questi luoghi comuni e provare a fare un bilancio sul lavoro svolto da questi parlamentari.

di MATTEO FORCINITI