Così travestito, pizzetto e testa pelata, Sergio Castellitto sembra proprio Gabriele D’Annunzio, quasi che avesse sempre aspirato a vestire i panni del contrastato protagonista dell’inizio Novecento. “Il cattivo poeta”, film diretto da Gianluca Jodice, è un biopic incentrato sul Vate, interpretato appunto da Sergio Castellitto, girato in buona parte al Vittoriale, la sua ultima sorprendente ed eclatante dimora sul lago di Garda. La pellicola, che uscirà nelle sale italiane il 5 novembre, Covid permettendo, è prodotta da Ascent Film, distribuita da 01 Distribution della Rai, e nel cast compaiono anche Francesco Patanè, Tommaso Ragno, Fausto Russo Alesi, Massimiliano Rossi, Clotilde Courau, Lino Musella, Elena Bucci, Lidya Liberman.

Per il regista Jodice, napoletano classe 1973, laureato in filosofia all’Università di Napoli Federico II, è la prima prova con un lungometraggio per il cinema dopo una lunga esperienza sui documentari e i cortometraggi (è stato candidato due volte al Nastro d’Argento). Tra le sue realizzazioni “Ritratto di Bambino” (2002), corto venduto a livello internazionale e vincitore del primo premio al Frontiere Film Festival di Luzzara, del premio speciale della Giuria al Festival di Siviglia e del premio FICE, e “Cercando la grande bellezza” (2014), documentario sul film premio Oscar di Paolo Sorrentino.

Nel suo esordio nel lungometraggio Jodice ambienta la storia nel 1937 quando Giovanni Comini viene promosso federale per volontà del suo mentore, Achille Starace, segretario del Partito Fascista nonché numero due del regime. Giovanni è il più giovane in Italia a potersi fregiare del titolo e per questo la notizia ha una certa risonanza. E a soli 29 anni si ritroverà a dover gestire una missione delicata: controllare Gabriele D’Annunzio, sempre più irrequieto e pericoloso agli occhi del Duce, geloso della fama che il Vate ha costruito con le sue rime e le sue imprese, come quella di Fiume.

Il cattivo poeta è stato girato quasi tutto dentro il labirinto del Vittoriale con 200 comparse. Altre scene sono state girate tra Brescia, Nepi e Roma. Proprio al Vittoriale D’Annunzio, che morirà il primo marzo del 1938 a 75 anni, sta trascorrendo l’ultima fase della vita, in una sorta di auto esilio. “L’età, la malattia e i vizi lo hanno portato a una depressione finale. E il rapporto della giovane spia mandata da Mussolini gli procura l’ultimo sussulto di vitalità e lo spinge a desiderare di contare ancora qualcosa” spiega il regista. La sceneggiatura è giocata su questi elementi: il dualismo D’Annunzio-Mussolini, l’isolamento del Vittoriale e gli intrighi della politica.

Sullo sfondo quel difficile rapporto tra Mussolini e D’Annunzio, il primo voglioso di protagonismo, il secondo oramai invecchiato e messo da parte, oscurato, quasi esiliato dagli stessi personaggi da lui creati. “Tra loro – aggiunge Jodice – si susseguono, ora più che mai, infinite, sottili schermaglie perché D’Annunzio fascista non lo è stato mai. Come avrebbe potuto d’altronde il suo slancio libertario e anticonformista affiancare lo spirito piccolo borghese, violento e clericale del fascismo? Questo il Duce lo sa bene, come sa che l’altro ha un seguito ancora enorme, è intoccabile per il suo essere poeta internazionale, intellettuale europeo ed eroe di guerra. Qualunque parola di D’Annunzio, pronunciata o scritta, può ancora far tremare il regime”.

Jodice ha cercato il rigore del bianco e nero in un film a colori: “Da subito – racconta – le immagini che mi si sono presentate davanti avevano i toni degli interni del Vittoriale, profondi gialli, neri, verdi”. Naturalmente, dice il regista, ha pensato a molti film. E il primo che viene in mente è Il conformista di Bernardo Bertolucci. “Ho cercato di non pensarci, troppo fatato, importante, inavvicinabile. Vicino solo nel voler raccontare il regime dall’interno”. Il film susciterà polemiche? “Non si torna a parlare oggi di fascismo e antifascismo, – spiega Castellitto, – la verità è che non si è mai smesso di farlo. Qualsiasi sfida o conflitto politico in questo paese viene ricondotto quasi in automatismo a quella contrapposizione. Credo che le cose siano davvero più complesse. Il film racconta degli ultimi anni di D’Annunzio, nella sua ragionata e poco conosciuta dissidenza al regime. Ma in democrazia la censura trova altri modi per agire e la dissidenza è privata della sua epica sotto la coltre del conformismo. La dissidenza oggi non si compie attraverso l’antifascismo, come d’altronde aveva già profetizzato Pasolini molti anni fa”.

Ma emerge più il D’Annunzio politico o poetico? Gianluca Jodice è perentorio: “Ho riscoperto innanzitutto un poeta. Incarnato non soltanto nelle sue opere, ma ancor di più nel corpo e nelle gesta che ha compiuto. D’Annunzio è stato poeta, amante, soldato. Ho scoperto uno straordinario innovatore, se pensiamo soltanto all’incredibile impresa di Fiume, alle sfide politiche e sociali che quella esperienza lanciò”. Da qui l’attualità di opere come “Il piacere”, “L’innocente”, “Le vergini delle rocce” e “Il fuoco”, “La pioggia nel pineto”, ancora studiate a scuola.