Gente d'Italia

Italia infedele al suo futuro?

La storia del nostro Paese è la storia di un Paese ove verità lapalissiane vengono colte tardi nella loro urgenza. È stato così in materia di lotta alla povertà assoluta che fino a pochi anni fa vedeva l’Italia priva di una misura che la contrastasse, facendone il fanalino di coda in Europa assieme alla Grecia. Un’alleanza di associazioni e sodalizi vari, in testa ACLI, Caritas e Sant’Egidio circa dieci anni fa posero il problema e proposero una misura che poi sfociò nel Re.I.S., poi nel S.I.A., nel Re.I. e nell’attuale reddito di cittadinanza, passando per misure regionali come il Re.D. pugliese. Stessa sorte è riservata a una fascia di popolazione che non soltanto è fragile per la condizione d’emergenza che vive, ma fisiologicamente anche per l’età: i bambini e i ragazzi! È noto che 1 milione e 200mila minori vivono in povertà assoluta (dati pre lockdown che hanno potuto solo peggiorare la situazione), senza contare quelli in povertà educativa (fenomeno che spesso prescinde dalla povertà economica). Verità lapalissiana, anche questa, priva di risposte serie da parte delle Istituzioni, nonostante tante proposte rivenienti dalla società civile organizzata e dal Terzo Settore più in generale rimaste inascoltate e lo spontaneismo che la cultura del dono italiana porta con sé, con mille iniziative locali a sostegno di questo o quel bambino, condannato alla sorte che il luogo in cui vive gli dà. Il nostro Paese manca della consapevolezza che essere bambini e minori più in generale, porta due esigenze di tutela: una individuale, legata alla protezione del singolo bambino e della sua famiglia; una collettiva, legata al concetto che ogni bambino è il futuro della società e di converso, ogni problema che quel bambino vive è un problema che durerà per tutta la sua esistenza e graverà per i successivi 60/70 anni sulla società che lo incrocerà. L’urgenza è evidente, come è altrettanto evidente l’assenza di risposte integrate e universali, che non possono esaurirsi nei progetti finanziati da "Impresa sociale con i Bambini" o da altri enti e istituzioni pubbliche o private, perché, appunto, non universali e riservati a pochi. L’infanzia e l’adolescenza nel nostro Paese richiedono l’esigibilità di un diritto che è insieme individuale e collettivo: il diritto ad un futuro di benessere globale (sociale, economico, psicologico, educativo), connesso al concetto di salute che, come è noto, non è assenza di malattia. Un approccio di questo tipo richiede, a titolo esemplificativo e non esaustivo: servizi per i minori demonetizzati (sull’esempio della cedola libraria per le scuole primarie, non estesa per nessun ragionevole argomento alla restante platea degli studenti fino all’assolvimento dell’obbligo scolastico) che garantiscano la finalizzazione al bisogno e ai diritti dei bambini (anche in presenza di genitori negligenti, come nei casi di ludopatia ove ogni sussidio, se monetario, rischia di essere risucchiato dal gioco); l’assegno unico universale per figlio, per sostenere la natalità e la sostenibilità dell’equilibrio economico familiare per "crescere" dignitosamente un figlio; l’assistenza personalizzata ai nuclei familiari che sono costretti alle migrazioni sanitarie per malattie gravi a carattere pediatrico con servizi scolastici personalizzati rivolti ai minori affetti da patologia, che neutralizzi il rischio che, al dramma sanitario e psicologico, si associ un deficit scolastico ed educativo incolmabile e irreversibile, associato a un possibile "ritardo educativo" dei fratellini sani che restano a casa "privi" dei genitori concentrati sul figlio più fragile e all’insorgere di gravi forme di povertà dell’intero nucleo familiare (tali problemi sono emersi all’interno di una recentissima ricerca sociale promossa da ACLI, in collaborazione con il Forum Nazionale delle Associazioni Familiari e MBA, realizzata da IREF e di prossima divulgazione). Non va trascurato infine, l’adeguamento del modello organizzativo dei sistemi di welfare locale in chiave di tutela dell’infanzia e dell’adolescenza nel nostro Paese. La struttura di tutela incentrata sul Garante nazionale e sui Garanti regionali è un consolidato da potenziare. La commissione bicamerale per l’infanzia, un "luogo" legislativo da valorizzare. I sistemi comunali e di ambito da rendere sempre più multidisciplinari in risposta alla complessità dell’essere umano e della delicatezza di un bambino. La metafora che sembra calzare, più di ogni altra è quella della medicina: non penseremmo mai alla medicina senza le specializzazioni e al lavoro di equipe tra professionisti, richiedendo espressamente la qualificazione di "pediatrica" a ogni specializzazione che ha a che fare con i bambini. Perché la stessa cosa non dovrebbe valere per i bambini del nostro Paese nel sistema di welfare italiano? Un Paese a misura di bambino con un sistema di LEA/diritti definiti ed esigibili lo richiederebbe. In caso contrario siamo un Paese infedele al futuro.

GIANLUCA BUDANO

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