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In Italia, inutile girarci intorno, già prima della pandemia regnava un certo caos. Che oramai era diventato di routine, dove la politica ha fatto di tutto per complicare le cose. I partiti, tutti (magari chi più e chi meno), hanno dato adito a un vero e proprio casino, dove il bianco diventava nero e viceversa non per il bene della gente, ma solo per convenienze e interessi.

Ne abbiamo visto di cotte e di crude: dai ‘duri e puri’ del MoVimento 5 Stelle pronti prima a fare accordi con la Lega e poi, pur di non perdere poltrone e potere, con il Partito democratico. Quando l’allora capo politico Luigi Di Maio aveva detto “mai con quelli di Bibbiano (il Pd, appunto)” e ugualmente il segretario dem Nicola Zingaretti aveva affermato che non era assolutamente ipotizzabile un’alleanza con i grillini. Coerenza e dignità, pari a zero.

Senza dimenticare di come il premier Giuseppe Conte e sempre i pentastellati hanno scaricato Matteo Salvini sul decreto Sicurezza e la vicenda degli sbarchi degli immigrati, definendo lo stesso dl in pratica come capestro, dimenticando però di averlo firmato insieme. Ma tant’è. Rassegniamoci. Poi è arrivato il Coronavirus, qualcosa di sconosciuto che ha messo a dura prova il BelPaese (ovviamente non solo). Un’emergenza che sarebbe stata meglio gestire in altro modo e che ha portato la luce l’inadeguatezza del governo. C’è un ovvietà che purtroppo non è stata presa tanto in considerazione dall’opinione pubblica: ma è possibile che al ministero della Salute sia al comando una persona laureata in Scienze Politiche?

Niente di personale ovviamente contro il ministro Roberto Speranza, di certo una brava persona. Ma in un dicastero così delicato non sarebbe stato meglio nominare un luminare della medicina, qualcuno in grado di spiegare per bene la situazione una volta e per tutti senza che tutti si improvvisassero virologi? Una nomina, quella di Speranza, evidentemente politica e che fa capire come funzionano le cose in Italia: io nomino quel tale a questa funzione e tu invece mi dai l’ok per quest’altro tale e lo piazzo qui. Chiamasi intrallazzi.

Come può diventare ministro degli Esteri un tizio che non è laureato e non conosce nemmeno una lingua straniera (e che spesso e volentieri dimostra anche evidenti lacune con la lingua madre)? Manca l’abc del buon senso e l’amor di patria. Eppure la politica, come sosteneva Aristotele, è un’arte sì nobile, ma anche difficile. Tutti dipendiamo dalle scelte che arrivano dai palazzi del potere e buona creanza vorrebbe che a governarci ci fossero persone in grado di farlo, con le competenze giuste e non per avidità di potere e di danaro. La stragrande maggioranza delle persone che oggi sono al vertice dell’esecutivo tricolore non meritano di rappresentarci, sono figli di inciuci e compromessi.

Chi vi scrive ha un sogno, probabilmente utopico: vedere ai posti di comando personalità in grado di pensare davvero al meglio per tutti. Non tutti sono adatti alla politica, non ci credete a quelli che dicono uno vale uno: se così fosse, tutti saremmo in grado di progettare un edificio, di trapiantare un cuore, di difendere in tribunale qualcuno. No, ognuno ha le proprie competenze. Quelle che non ci sono in questo governo. Sarebbe davvero importante mettere qualche paletto per chi vuole ‘scendere’ in politica.

Il primo è quello minimo: occorre la laurea. E così già ci sarebbe una prima selezione. Il secondo è economico. Il lavoro ‘politico’ è ben retribuito e ci sono tanti benefit. Parliamo per esempio di stipendi pari a 13mila euro al mese. Tanti. Ovviamente fanno gola a chi fino all’altro ieri questi soldi non li guadagnava neanche in un anno, ma che miracolati per esempio dalla piattaforma Rousseau ora ne godono. Per tanti ogni mese di stipendio è come un anno di lavoro, in pratica. Ebbene, sarebbe bello vedere, per esempio, un luminare della medicina, che guadagna più di quello che percepisce un politico messo lì per caso, essere ministro della Salute.

In pratica uno che pur di dare una mano all’Italia sarebbe disposto a uno stipendio minore (questi famosi 13mila euro). Insomma, saremmo tutti convinti che davvero voglia far politica per il bene comune e non per arricchirsi. Non è una critica a Speranza, ci mancherebbe. È solo che con il virus il suo esempio calza a pennello. Almeno lui, a differenza di Di Maio, ha studiato e una laurea ce l’ha. Ma l’esempio vale per tutti i dicasteri: ci vogliono professionisti, non profittatori. Chissà, magari potrebbe essere il tema di un prossimo referendum: vuoi essere governato da persone laureate e da professionisti che scendano in campo sacrificando anche il proprio lato economico pur di dedicarsi alla Patria? A molti nostri governanti, statene certi, verrebbe un coccolone. Altro che taglio dei parlamentari, meglio pensare alle cose serie e non populiste.

STEFANO GHIONNI

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