Rai (Depositphotos)

Rai in rosso. Pesantemente. Urgono provvedimenti, ormai non più evitabili. Arrivano i tagli e Raisport chiude. Ma non sparisce, la testata resta, però solo quella, diretta da Auro Bulbarelli. Il direttore sostenuto e protetto dalla politica. Al 30 giugno 2020 l’indebitamento è aumentato a 275,9 milioni. La previsione, per fine anno, è drammatica: un rosso di 120 milioni. Addirittura 200 nel 2021, complice ovvio il coronavirus e questa nuova poderosa ondata di contagi in tutta Italia. Ma allora il canone a carico degli utenti, ora non più terra di evasori, è servito a nulla? Il problema è intanto il calo degli introiti pubblicitari. In materia l’incasso derivante dal canone è di 1,7 miliardi l’anno. Ma prima di averlo in bolletta era di 1,75 miliardi. In questi giorni, come anticipato, si parla con insistenza della chiusura di RaiSport. L’ipotesi è al vaglio del vertice Rai all’interno di un percorso di spending review e di realizzazione dei costi. Ma già si registra la reazione dell’assemblea di RaiSport: consegnato al comitato di redazione un pacchetto di tre giorni di sciopero. In azienda, a livello di personale, giornalisti e impiegati, monta una forte inquietudine. La chiusura della rete sportiva prevede il dirottamento della programmazione su Rai2 e RaiPlay. Ma l’ad Fabrizio Salini starebbe pensando a ulteriori mosse. La prossima? L’accorpamento Rai5-Rai Storia all’esame del Consiglio di amministrazione del 30 ottobre. Dovrebbe sopravvivere Rai Movie. La domanda, però, è sempre la stessa: perché i conti della Rai vanno così male, fino a sprofondare nel rosso più profondo? Cifre allarmanti sono state presentate nell’ultimo Cda. I numeri sono quelli sopra evidenziati. Il nodo – sostengono in Rai – quello vero, sta tutto nel fatto che dei 90 euro del canone alla tv pubblica ne arrivano 74,3. Il resto lo trattiene il Governo, per un totale di circa 350 milioni. Bruscolini? Proprio no. Trecentocinquanta milioni sono il cosiddetto extra gettito. Il denaro che la Rai guadagnerebbe dalla mancata evasione della tassa. Soldi che la Rai continua a chiedere indietro, con insistenza, alla politica. Ma questo non basta a giustificare il profondo rosso. Certo, il suo peso ce l’ha anche il calo della pubblicità, per effetto della pandemia: -15,6% nei primi otto mesi del 2020, dai 466 milioni del 2019 a 377. Mancano all’appello i 40 milioni del biennio 2019- 2020. Soldi che il governo dovrebbe rifondere alla Rai come sostegno pubblico, e già messi a bilancio. Ma non vanno comunque sottovalutati gli immensi, poderosi sprechi che rappresentano, senza forse, l’aspetto principale e ampiamente negativo del quotidiano in Viale Mazzini. La Rai, da sempre, spende ogni anno circa 80 milioni per contratti a personale esterno. Personale esterno significa cosa? Semplicemente questo: nonostante i suoi 13mila dipendenti e 1.800 giornalisti (senza contare altri 234 arrivati da poco) l’ente di Stato non ha smesso mai di affidarsi alle costose collaborazioni non sottoposte a regolare contratto di assunzione aziendale. Un grande spreco parente strettissimo, se non addirittura semplice figlio di un padre che si chiama contratti milionari. Quelli che vedono in qualità di superpagati artisti, dirigenti e anche giornalisti. Artisti da un milione di euro l’anno, e in alcuni casi i compensi viaggiano addirittura sul milione e mezzo. Molti dirigenti al massimo dello stipendio, 240mila euro. A questo livello, a queste cifre, non arriva nemmeno l’amministratore delegato Salini. Gli sprechi sono presenti e manifesti ovunque. Ne volete uno? L’eccessivo numero di inviati, laddove sarebbe opportuno e molto più semplice affidare i servizi alle redazioni locali. Proprio queste distonie e anomalie, peraltro costosissime, hanno causato l’inizio dell’azione di spending review con accorpamenti e tagli. Come quello già in corso della sforbiciata del quindici per cento su tutti i compensi oltre una certa soglia. Le botte di cesoia porteranno a regime un risparmio di 5 milioni. Ma non è tutto, il prossimo taglio potrebbe riguardare le spese per gli immobili. L’ad Salini non esclude ulteriori drastici provvedimenti. Dovrebbe favorirli il piano industriale, con direzioni orizzontali, non più verticali, e la razionalizzazione ai budget di reti e testate. Ma i tempi di realizzazione del progetto? Soltanto otto mesi a disposizione dell’ad per portare a compimento il piano.

Quindi, avanti coi tagli, e che siano anche rapidi, non solo progressivi.

FRANCO ESPOSITO

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