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Convivere col virus. E’ stata una favola bella quella del tracciamento, isolamento, stroncatura delle catene del contagio, soffocamento dell’epidemia. Non ne siamo stato capaci, la favola bella era solo e soltanto una favola.

GOVERNO; REGIONI, PAESE: LUNGO L’ELENCO DEI NON CAPACI

Governo non capace di mettere in piedi davvero rete di tracciamento. Regioni e Governo non capaci di riattrezzare davvero ospedali e soprattutto il sistema della sanità di base. Governo e Regioni e Comuni non capaci di trovare uno straccio di risposta sanitaria alla questione trasporto pubblico. Governo e Regioni non capaci di creare e tener in piedi una rete di quotidiana e massiccia azione di caccia al virus mediante tamponi.

In sostanza la macchina pubblica, Stato, Regioni, Comuni, ceto politico, Pubblica Amministrazione…quelli di sempre. Non capaci di programmazione, previsione, pianificazione. Chissà mai perché credere anche alla favola di corredo a quella della convivenza non belligerante con coronavirus, la favola i caratteri standard del sistema paese potessero mutare, trasfigurare in meglio perché c’è pandemia.

Convivere in maniera efficiente con il virus, non siamo stati capaci. Né più né meno di come da decenni io sistema paese non è capace di funzionare fuori dall’unico canone del governare e agire alla giornata.

Non siamo stati capaci neanche come governati, come cittadini. Per quanto è dipeso da noi questa estate abbiamo fatto come e peggio dei gestori della cosa pubblica. Abbiamo ignorato, dimenticato, violato ogni regola, fosse anche solo di prudenza. A luglio non si vendevano e non si usavano più mascherine. Un paese senza memoria tende a dimenticarlo.

CONVIVERE COL VIRUS E ADESSO ALTRE FAVOLE

Non siamo stati capaci neanche di apprendere davvero. Continuiamo a cercare favole…di riserva. Quella del virus che è diventato meno pericoloso. Quella degli asintomatici che forse non contagiano o, almeno quello, contagiano di meno. quella del vaccino a dicembre, massimo gennaio, quella dello a Natale tutti fuori di nuovo, come a Ferragosto.

Ancora gira la favola del chiudi gli anziani e gli altri sono immuni o quasi e tutto fila liscio. La peggiore di tutte le favole, la meno smascherata, la più raccontata e la più contagiosa e letale per la società tutta è quella delle “attività in sicurezza”.

Sicurezza in pandemia non esiste. O c’è epidemia o c’è sicurezza di non contagiarsi. L’una esclude l’altra. O c’è il virus e allora un organismo vivente può incontrarlo. O c’è sicurezza, certezza di non incontrarlo e allora non c’è il virus. Sicurezza non esiste mai al cento per cento. In nessun luogo di lavoro, nessun esercizio commerciale, nessuna casa perfino.

C’è, eccome se c’è, la protezione dal contagio. C’è, protezione è possibile. Sicurezza no. Sicurezza totale non c’è, neanche con mascherine e quant’altro. Mascherine e distanza danno protezione, rendono improbabile il contagio. Ma non immunizzano niente e nessuno. Eppure nessuno ha il coraggio civile di comunicare, ammettere, metabolizzare che una pandemia è una pandemia. Cioè qualcosa che non si scansa ma si affronta.

Dalla favola delle attività in sicurezza è parente molto congiunta la favola per cui se lasci correre l’epidemia e non chiudi nulla, allora l’economia va. Va di certo l’economia se contagio non lo cerchi di fermare. Va verso la rovina: il multiforme popolo negazionista non è poi così folto da garantire sufficienti consumi. In un tessuto sociale ampiamente percorso dal rischio di ammalarsi il bar lo puoi tenere aperto quanto vuoi, alla neanche tanto lunga venderai un numero sempre calante di caffè.

CHIACCHIERE (FAVOLE) E TABACCHIERE DI LEGNO

Chiacchiere e tabacchiere di legno il Banco di Napoli non ne prende in pegno recitava adagio partenopeo. Sono chiacchiere, cioè favole e tabacchiere di materiale comune non valgono per avere credito. Ovvio, ma sistema paese e paese tutto si sono comportati come se favole e pezze a colore avessero valore di moneta corrente.

LE PAROLE SPIA

Ci sono delle parole spia della inadeguatezza rispetto alla realtà. Ascoltate un qualsiasi decisore di qualsiasi parte o particella della cosa pubblica. Sempre dirà che la misura che sta per prendere, propinare, somministrare era “inevitabile”. E assicurerà alla gente che ha atteso il più possibile, appunto fino all’inevitabile. Inevitabile è una delle parole spia della inadeguatezza, di governo e di stampa, di di gente e di senso comune.

Sarebbe ora di passare dall’attesa e dallo scongiuro dell’inevitabile alla programmazione dell’azione preventiva. Primo: prendere atto, farsene una ragione che non passa da sola l’epidemia, che non dura mesi e poi svanisce, che non ci sarà niente e nessuno al mondo che possa “ristorare” tutti, che non esiste la medicina miracolosa, che stavolta non funziona il qualcuno faccia qualcosa e il ci hanno lasciati soli…

Dopo la presa d’atto, da cui sono ancora lontanissimi ceto politico e società civile, azioni preventive.

Troppi galli a cantare non si fa mai giorno, cioè basta con sindaci, governatori, tavoli, confronti…Centralizzare decisioni e luoghi di decisione. La regionalizzazione della gestione dell’epidemia sarebbe possibile avendo un ceto politico e amministrativo non di cacciatori di consenso. Non ce l’abbiamo, quindi non siamo in grado, non siamo capaci di una sorta di federalismo virtuoso della salute pubblica.

Automatismo delle misure in relazione ai dati dell’epidemia.

Reale raccolta e utilizzo dei dati socio epidemiologici. Perché sapere quanti contagi giornalieri non ci dice dove e perché e come il contagio.

Raccogliamo queste tre indicazioni dalle due egregie pagine del Corriere della Sera a firma Paolo Giordano e Alessandro Vespignani. Che poi aggiungono altre due azioni preventive. Quella che conta sull’azione di supporto e sostegno di una informazione competente e responsabile. Purtroppo non ne siamo capaci. Punto. Non ci si può far da conto. E quella che conta sul carattere non salvifico ma salutare del coinvolgimento della pubblica opinione, insomma sulla saggezza della gente una volta che le spieghi e la informi e la responsabilizzi.

Purtroppo a questo proposito è possibile che i due autori e quasi tutti noi con loro si sia creduto e si continua a credere ad un’altra favola di successo: quella del grande e meraviglioso e responsabile e generoso e altruista e solidale e innatamente disciplinato popolo di marzo e aprile. Era sempre lo stesso popolo nello stesso Stato, era solo in pauroso e sofferto lockdown. Il resto ce lo siamo raccontato.

di Lucio Fero