Trump (Depositphotos)

 

di Maurizio Guaitoli

C’è lo spirito di Donald Trump dopo Trump? Sì. Il trumpismo e la sua legacy (eredità) è una radiazione destinata a persistere ancora molto a lungo nello spettro politico internazionale e interno. I suoi eredi sono le invisibili particelle della radiazione di fondo di una società che si è fusa come il nocciolo di un disastrato reattore nucleare, sotto l’abnorme pressione dei seguenti fattori: il globalismo ammazza-occupazione; una depressione economica che ha continuato a mordere dal 2008, cavalcata oggi dalla tigre della pandemia; il demone onnipresente dei disordini razziali, coniugato alla odierna, mostruosa forbice tra gli have e gli have-not, che ha praticamente distrutto dalle fondamenta il sogno americano.

Oggi che la grande ondata di piena del politically correct non è riuscita, malgrado il suo controllo monopolistico e moralistico sui contenuti socio-politici dei media mondali, a sommergere di blu-democrat queste elezioni presidenziali americane del 2020, quelle particelle di puro individualismo anarchico, di politicamente e orgogliosamente uncorrect si sono riaggregate in un unico, immenso fronte del rifiuto che nessuno (tranne pochissimi, compreso questo giornale e chi scrive) aveva statisticamente previsto, drogato dai sondaggi del mainstream. Questo perché, in fondo, la pancia dialoga solo con la pancia, non si fa scoprire dai cacciatori degli opinion-poll. Nessuno, poi, prova piacere a conoscere gli umori neri dell’odierno proletariato, che abita la sterminata campagna e vive nelle piccole cittadine di periferia degli Stati Uniti, come dell’Europa (ricordate la Brexit?).

Proprio loro, che le élites metropolitane delle megalopoli hanno relegato a homeless, indegni di essere ospitati nel tempio della cultura e dei consumi superflui, vacui e modaioli, di cui si nutrono gli strati più agiati delle grandi città. Loro, le vittime dei mutui subprime e dei distretti industriali abbandonati della Rust Belt, delle delocalizzazioni industriali e dell’aggressione commerciale senza freni di una Cina ipernazionalista e protezionista. Loro, strangolati da un ecologismo modaiolo e ipocrita (domanda: perché mai Greta Thunberg non invita i milioni di giovani dei suoi raduni planetari a mobilitarsi contro il consumismo, rinunciando loro stessi per primi all’acquisto di beni superflui?), che fa chiudere le miniere di carbone e aumentare i consumi degli altri carburanti fossili provenienti dai grandi Paesi produttori di gas e petrolio. E come la mettiamo con la pandemia da Coronavirus, in cui l’Europa continua a fare una pessima figura con le sue chiusure e riaperture, le sue gobbeingestibili di prima, seconda e domani terza ondata? Chi spiega all’America profonda le politiche ondivaghe dei governi europei, che fanno enormi danni, sanitari e socio-economici, nelle aree metropolitane e nei distretti terziario-industriali attraversati da enormi flussi di traffico che non si possono fermare mai?

Così, ieri come oggi e domani, le periferie dei due continenti occidentali si prendono la rivincita, con milioni di persone in fuga dalle megalopoli americane come da quelle europee, vedi gli ottocento chilometri di fila in uscita dei parigini terrorizzati dal nuovo lockdown. L’America delle enormi disuguaglianze invece non si può fermare mai, Trump o non Trump, dato che da quelle parti chi rimane senza lavoro resta senza un soldo in tasca, perché il sistema ti incentiva a spendere e mai a risparmiare, a consumare senza sosta, regalando carte di credito anche agli insolventi. L’America great again trumpista ha dopato di liquidità il sistema (di recente, per ordine di Trump, la Fed ha stampato migliaia di miliardi di dollari staccando assegni di sussistenza, versati direttamente sui conti correnti, per le famiglie dei lavoratori rimasti disoccupati a causa della pandemia), facendo più ricca la classe media e perciò stesso ampliando la sua base di consumi che, a sua volta, ha favorito la creazione di milioni di nuovi posti di lavoro. E Trump, nel suo quadriennio, non ha chiesto a quell’immenso subproletariato rurale e provinciale di mandare i suoi figli a morire in giro per il mondo, al servizio di chissà quali interessi innominabili. Come fece George Walker Bush nella sua scriteriata invasione dell’Iraq costata immensi lutti alle famiglie americane e a milioni di arabi, dando enorme spazio all’espansionismo iraniano e all’odio anti-occidentale che ha creato il mostro dell’Isis.

No: Trump ha diffidato dei suoi militari interventisti e fautori del Nation-building, lasciando che gli europei si tirassero da soli fuori dai guai che avevano provocato in Libia, in Siria e nel Maghreb delle Primavere arabe forgiate dai Fratelli Musulmani, che nulla avevano a che fare con la democrazia. Trump (come fece Barack Obama) ha detto alla Nato che i Paesi europei dovevano mettersi le mani in tasca, senza più contare sul sacrificio dei soldati americani per mettere ordine laddove la loro ipocrisia buonista, multilateralista e multiculturalista sconsigliava di farsi dei nemici, per rivendicare e riaffermare i principi delle sacrosante libertà democratiche vanamente scritte nelle nostre Costituzioni di carta. Trump ha detto alla Germania che non poteva essere grande e non interventista al contempo, continuando a mantenere un bassissimo profilo militare che ha ridotto il suo esercito a poche unità di élite, certa che non sarebbe mai venuta meno la copertura strategica dell’ombrello militare americano. Trump, il fool shakespeariano, ha ri-orientato l’antisionismo di maniera dei ricchi Stati sunniti del Golfo, per renderli esplicitamente fautori di un accordo anti-Iran con Israele, dopo aver dato il buon esempio con il forte inasprimento delle sanzioni contro Teheran e la denuncia del trattato sul nucleare iraniano, rafforzata dalla eliminazione mirata del generale Qassem Soleimani, grande stratega militare dell'attacco all’Occidente e a regimi sunniti del Golfo.

Pertanto, chiunque sia il futuro inquilino della Casa Bianca, il trumpismo sopravviverà a lungo.

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