Gente d'Italia

Di Battista, una sconfitta politica in 6 punti

 

Nel suo intervento agli Stati Generali del movimento Alessandro Di Battista ha ripreso alcuni dei suoi amati cavalli di battaglia, svolgendo così il ruolo che da tempo si è assegnato (con scarso riconoscimento da parte dei compagni di strada) di tutore della purezza originale e di pungolo verso un gruppo dirigente ormai ben assestato al governo da due anni e più.

Il ragionamento del “Dibba” si è svolto con tono appassionato e vivace come è nella tradizione del personaggio, e ha posto sei “garanzie” a tutela (dal suo punto di vista) della coerenza con l’impostazione primigenia dell’azione politica del M5S: sei punti che però sono il vero ventre molle del suo intervento, sei punti che sono già pronti per sfracellarsi contro gli scogli dell’agire politico concreto dei suoi colleghi di partito, sei punti che sono perfetti per delineare una sconfitta politica in piena regola, che non esiterei a definire da manuale.

Vediamoli uno per uno, così ci capiamo.

Il primo è la revoca delle concessioni autostradali alla famiglia Benetton, argomento su cui il governo (anzi, per essere precisi, i governi) si esercita con contorsioni verbali da due anni e qualche mese senza avere mai fatto concreti passi avanti. I proclami bellicosi dell’estate 2018 di Toninelli e Di Maio sono facilmente reperibili ma la realtà dice ben altro, per il semplice fatto che la partita è tecnicamente assai complessa, per la convergenza di interessi sovranazionali tutt’altro che semplici da aggiustare, per la sovrapposizione di attività dell’autorità giudiziaria (la quale fanno il suo mestiere, cercando di scoprire e punire eventuali reati) che rende il dossier quantomeno incandescente.

Rimane il fatto che mentre Di Battista invoca la revoca delle concessioni senza se e senza ma, il nostro “fondo sovrano”, cioè CDP, tratta allo spasimo per una composizione della vicenda attraverso strumenti finanziari che stanno alla revoca come Lady Gaga a un convento di Orsoline.

La seconda “garanzia” invocata è quella sul conflitto d’interessi, tanto nei media (con esplicito riferimento al gruppo Gedi) quanto nel sistema bancario, dove l’obiettivo polemico diventa Pier Carlo Padoan, in procinto di diventare presidente di Unicredit. Qui Di Battista  supera a passo veloce anche Alice nel Paese delle Meraviglie, fingendo di ignorare alcuni secoli di prassi consolidate nell’establishment di tutto il mondo, cominciando con quella che vede le persone competenti (tra cui il citato Padoan) assumere incarichi di rilievo. O pensa forse il Dibba che alla presidenza di Unicredit ci possiamo mandare qualcuno sorteggiandolo dall’elenco telefonico? Segnalo poi che nessun riferimento arriva sulla vicenda Mediaset-Vivendi, ma sono certo che si tratti di un caso.

Al terzo posto c’è la questione del doppio mandato, su cui allo stato c’è relativa unità d’intenti nel movimento. Parliamoci chiaro però: le elezioni sono lontane ed il gruppo dirigente sa benissimo che non c’è motivo di affrontare la questione prima dell’autunno 2022. Quindi per ora tutti (o quasi) danno ragione a Di Battista, ma ciò accade più in pubblico che in privato (tanto è vero che a livello locale già siamo alle deroghe, vedasi alla candidatura della Raggi a Roma).

Quarto punto (il più incredibile di tutti) è la richiesta perentoria di andare da soli alle prossime elezioni. Richiesta stravagante visto che si viaggia verso legge elettorale di impianto proporzionale (quindi poco incline a meccanismo di coalizione), contraddittoria rispetto agli sforzi di trovare un dialogo con il Pd per le elezioni amministrative del prossimo anno e anche un po’ ridicola per un movimento politico che è passato con disinvoltura dal governo con Salvini a quello con Zingaretti: quindi tutto vuole il M5S tranne che stare da solo (indipendentemente dalla presentazione delle liste).

Al quinto posto c’è la richiesta di una legge elettorale senza preferenze: qui c’è poco da dire e quindi passiamo oltre, anche perché al punto numero sei raggiungiamo l’apoteosi.

Di Battista propone un comitato di garanzia per le nomine, in cui il movimento indirizza e rende trasparente ogni scelta sulle persona compiuta dai ministri a cinque stelle. Indicazione totalmente priva di senso poiché i membri del governo sono al loro posto “anche” per scegliere persone, ma soprattutto del tutto incoerente con quanto sta accadendo, che vede Di Maio (e tutti gli altri) perfettamente a proprio agio anche nella attività in oggetto. E comunque l’idea che un partito espliciti il proprio ruolo di controllo sulle nomine stride contro ogni prassi democratica e liberale.

Insomma Dibba, ci sei o ci fai?

di Roberto Arditti

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