È una di quelle coincidenze temporali che valgono più di qualunque parola e di qualsiasi intenzione di svolta politica e culturale. Nell’istante stesso in cui M5s abbandona ogni movimentismo e si rilancia, almeno nelle intenzioni, come partito governista, pragmatico e di sistema, il cambiamento si materializza sulla questione Tap, il gasdotto che dall’Azerbaigian porta il gas in Italia attraversando la Grecia, l’Albania e il Mare Adriatico. Ufficialmente inaugurato ieri in Puglia negli stessi istanti in cui si svolgevano gli Stati Generali.

Durante la kermesse si è parlato di ambiente per tornare alle origini ma nessuno ha osato pronunciare la parola “gasdotto”. Il premier Giuseppe Conte parla di “scelte laceranti” che M5s ha dovuto affrontare in questi anni. E il pensiero non può che andare al Tap. Era questa infatti la bandiera di una visione alternativa della società, è stato il dossier su cui non solo Di Battista ma l’intero Movimento ha incentrato la sua battaglia contro la realizzazione, adducendo motivi legati alla mistica dell’iper ambientalismo di tradizione Casaleggio padre. E adesso, il Tap è il grande rimosso.

Le barricate in Puglia, i cortei, Dibba in versione ribelle che sul palco di San Foca, in Salento, disse che “con M5s al governo, quest’opera la blocchiamo in due settimane”. Promessa solenne fatta nel 2017 davanti ai suoi elettori e a centinaia di manifestanti. Quanto basta per fare in modo che alle elezioni Politiche la Puglia venisse investita da una vera e propria onda gialla. Si può dire un plebiscito, con percentuali che al Senato arrivano al 40 in tutta la Regione. E alla Camera i grillini raggiungono il 44,93% con quasi un milione di voti. È la terza regione per consensi ai grillini dopo Campania e Sicilia.

Bastano pochi mesi però ed è sotto gli occhi di tutti che la storia avrebbe raccontato qualcosa di molto diverso rispetto alle promesse da campagna elettorale di non molto tempo prima. Ecco che comincia la retromarcia. Barbara Lezzi, leccese di nascita, attivista pugliese della prima ora, nel giugno 2018 diventa ministro per il Sud nel nome anche dello stop alla realizzazione del gasdotto. Avrebbe dovuto portare nei Palazzi romani la voce dei grillini pugliesi riuniti nei loro meet up.

Tuttavia di fronte al dossier, carte alla mano, aziende con il fiato sul collo del governo, inizia la classica analisi costi-benefici, la stessa che sarà fatta per la Tav, e in entrambi i casi l’esito è lo stesso. Ovvero il via libera alla prosecuzione delle opere, risultato di riunioni fiume a Palazzo Chigi. Di nottate in cui il premier Giuseppe Conte ha già maturato la consapevolezza sul da farsi, anche se ufficialmente il governo temporeggia per qualche giorno.

Ecco che una sera il ministro Lezzi, lasciando Palazzo Chigi, insieme al collega Sergio Costa, ministro dell’Ambiente, è costretta a dire che “bloccare il Tap costerebbe troppo. Ma ci prendiamo 36 ore per decidere”. A Roma arrivano esponenti e parlamentari pugliesi del M5s per fare il punto sul progetto. C’è anche il sindaco di Melendugno Marco Potì, da sempre contrario all’approdo del tubo nel suo Comune e convinto che ci siano irregolarità in grado di permettere l’annullamento dei contratti: “Il ministro dell’Ambiente cercherà in breve tempo e con il nostro ausilio altre motivazioni, forti e valide giuridicamente, per far emergere le violazioni e criticità di Tap“. Poi non nasconde alcune perplessità sulla gestione del dossier: “Ho l’impressione che non si sono fatti tutti gli approfondimenti necessari né si è dedicato il tempo giusto a cercare qualche motivo valido per bloccare veramente Tap“.

Il tutto si conclude con il ministro Lezzi che dice: “Abbiamo le mani legate”. Dichiarazione che ricorda quella di Luigi Di Maio che sul caso Ilva aveva parlato di “delitto perfetto” alludendo a quanto confezionato dal precedente esecutivo. Nel dettaglio la spiega così: “I contratti gas prevedono risarcimenti che partono dai 20 miliardi. Sicuramente non ce ne possiamo uscire lindi… Di fronte a questi costi, purtroppo siamo costretti a fermarci”. Cioè a fermare la battaglia. Si autoassolve spiegando di non essere a conoscenza dei contratti privati fra le aziende coinvolte e di aver subito una “scortesia istituzionale” dal precedente Governo, che chiuse l’iter autorizzativo dell’opera dopo le elezioni Politiche, non aspettando che fosse il Governo gialloverde a decidere. Con ogni probabilità sarebbe cambiato molto poco.

In Puglia scoppiano quindi le proteste, i comitati locali No-Tap, bacino elettorale per il mondo M5s, chiedono le dimissioni del ministro Lezzi e dei parlamentari. Questa volta, ancora più che per l’Ilva, il dissenso verso il gasdotto e il suo approdo a Melendugno è trasversale e diffuso nel territorio salentino. “Devono dimettersi in blocco”, chiedono gli attivisti agli eletti pentastellati. “Denunciamo all’opinione pubblica e alle istituzioni tutte, italiane e europee che in Italia è in atto un’inaccettabile sospensione dello stato di diritto”, scrivono i No Tap sulla loro pagina Facebook: “L’esecutivo in carica continua a dichiarare pubblicamente l’esistenza di costi e penali per bloccare la realizzazione del gasdotto tenendo nascosti i documenti che confermerebbero questo”. È il momento in cui i grillini di governo si staccano dalla propria base. Escono dal brodo primordiale della protesta.

Prima i fasti e i trionfi della guerra sul gas. Ma poi anche i rovesci di una battaglia che perde gradualmente convinzione e vigore in parallelo all’approdo a un realismo da partito tradizione. Difficile però tradurre in nuovo consenso, o nel mantenimento di quello che c’era, questo cambiamento. Il passaggio di stagione viene certificato dai numeri elettorali. M5s alle ultime elezioni regionali in Puglia ha ottenuto poco meno del 10%.

Gabriella Cerami