Lorenzo Insigne (Depositphotos)

Nello stadio vuoto di Reggio Emilia ha giocato incantando, ha giocato sorridendo, ha giocato regalando calcio d’alta scuola (quei palloni nello spazio, come l’assist per il gol di Berardi), ha giocato per la squadra da vero capitano, ha giocato da 8 con una annotazione agrodolce di Arrigo Sacchi: “Non sempre trova questa volontà e nobiltà d’intenti“.

Lorenzo Insigne, ai 28 anni della sua maturità, non è più e solo l’artefice magico del tiro a giro. Ha smesso quei bronci da bambino, i sogni e le delusioni da bambino, un giorno dietro la lavagna, un altro il primo della classe. Inseguito, a Napoli, da giudizi sempre altalenanti, mai convinti delle sue qualità quando veniva invece ritenuto “un talento del calcio italiano“.

Poco amato dai tifosi del Napoli, è stato il suo cruccio. Avrebbe voluto conquistarne il cuore, primo tifoso del Napoli lui stesso e una vita in maglia azzurra, testimonianza di una dedizione assoluta, degna d’amore, di stima, di comprensione. Ha finito di regnare su un trono di spine. Oggi è tutto e completamente Lorenzo Insigne, Lorenzo il Magnifico. L’azzurro gli dona, col Napoli e in nazionale. Oggi sorride, non soffre più.

Ma non è stato facile arrivare a questo. Troppo piccolo, e i grandi club lo scartavano, nessuno ne annusava il talento possibile. Puoi essere piccolo solo se sei Maradona. 
Rinunciò alla vita da adolescente, neanche il motorino, per scovare il proprio talento abbandonando gli studi e allenandosi col pallone a cominciare dalla Scuola calcio di Grumo Nevano quando aveva otto anni. Era sicuro di essere qualcuno nel calcio e di diventarlo per tutti.

Non era proprio agiata la sua famiglia, padre operaio e precario, però una famiglia unita, quattro fratelli, mamma Patrizia attenta, la luce sentimentale del gruppo, e gli zii e la nonna materna che veniva in soccorso nei giorni difficili. Lorenzo dava il suo aiuto vendendo alla mattina abiti al mercatino di Frattamaggiore, ma poi dal pomeriggio fino a sera il pallone, tanto pallone e quel sogno immediato e ineludibile, diventare un calciatore del Napoli, diventarne il campione assoluto.

A pelle, i tifosi napoletani non lo amano, gli addebitano di saper fare una sola cosa, quel giochetto a sinistra, sulla mattonella preferita, palla avanti, tocco a rientrare per evitare il difensore, e, pùm, la palla filante verso l’incrocio dei pali più lontano per il gol di meraviglia, oppure il cambio-gioco, da sinistra a destra, la stella filante sul lungo volo ad arcobaleno per pescare il compagno che farà brillare la stella nella porta avversaria.

Gli anni di felicità sono stati quelli con Zeman al Foggia e al Pescara, soprattutto a Pescara, attaccante di sinistra nel 4-3-3, Ciro Immobile centravanti, Marco Verratti alle spalle e altri virgulti di belle speranze (Soddimo, Sansovini). Si sentiva coccolato.  Quando rientrò al Napoli, a 21 anni nel 2012, trovò Mazzarri e il 3-5-2 di Mazzarri. Non era più la felicità. Entrava nel calcio adulto dopo le primavere di bellezza con Zeman, il sacerdote di un calcio primaverile, tutto rose e fiori, e gli attaccanti discepoli prediletti.
A Napoli, Insigne entrò nel mondo della tattica assoluta che può discutere i talenti, straniarli ed estraniarli, piegarli alle esigenze dello schema, e uno vale uno.

La tattica di Zeman era gioiosa, tutta ispirata al divertimento e all’emozione del gol. A Napoli fu un’altra storia sebbene Mazzarri lo mandasse subito in campo, però sostituendolo nei secondi tempi, e poi panchina. Una vita da precario, giocando la prima partita intera alla decima giornata. L’apprendistato naturale in una squadra con Hamsik, Cavani, Pandev, Zuniga. 

Arrivò Benitez e a Lorenzo il cuore batté a mille all’ora. E arrivarono Higuain, Callejon, Mertens e altri ancora. Il Napoli si faceva più grande, con un attacco affollato. Benitez lo mise fisso nel 4-2-3-1, terzo a sinistra, ma… Ma, accidenti, con compiti anche di copertura.  Avanti e indietro sulla fascia mancina, corri a coprire, corri avanti per Higuain che si agitava pretendendo tutti i palloni per lui. Era già successo con Mazzarri di dover coprire tutta la fascia. Il sacerdote dell’allegria offensiva Zdenek Zeman fece sentire nuovamente la sua voce. “Con Mazzarri, Lorenzo fa quasi il terzino e invece deve giocare da metà campo in avanti“. Nel secondo anno di Benitez capitò a Lorenzo l’infortunio pesante di Firenze che gli fece saltare 17 partite.

E venne Sarri che lo impigliò dietro le due punte nel 4-3-1-2 iniziale e Zeman disse: “Per le sue caratteristiche, Insigne ha più difficoltà quando gioca al centro dove ci sono più avversari. Il suo pezzo migliore è l’uno contro uno a sinistra con il tiro o il cross. Provarlo al centro è più complicato“. Dopo tre partite (una sconfitta e due pareggi), Sarri cambiò e col 4-3-3 schiantò la Lazio al San Paolo e Lorenzo fu tra i goleador di quella magnifica sera. E Zeman ammise: “Sarri ha restituito a Insigne il suo ruolo e la voglia di attaccare“.

Ma poiché c’erano Higuain al centro e Callejon a destra, Lorenzo a sinistra finì nella staffetta con Mertens. Volato via il Pipita, Mertens divenne il finto nueve e Lorenzo si stabilì sulla sua mattonella, il suo domicilio calcistico fisso, a sinistra.

Con Ancelotti i tormenti aumentarono sino all’ipotesi di una cessione. Soffriva da quarto a sinistra nel 4-4-2. Giocava, non giocava. Andò in tribuna a Genk. Un campione incompiuto? Un campione anche ribelle. Ora, invece, la rivelazione assoluta. Lorenzo Insigne è un talento. Non più egoista e ombroso. È il talento del Napoli e della nazionale. Il periodo di bronci e frustrazioni sembra finito. Lui stesso si è cosparso il capo di cenere…

Mimmo Carratelli