È un contenzioso che ha preso il via addirittura nel 2014. Quasi sette anni fa infatti l’Inter, la Beneamata nerazzurra di Milano, presentò negli Stati Uniti una istanza di protezione del marchio. La domanda al U.S. Patent and Trademark Office (USPTO) era stata fatta per mettere sotto chiave il nome Inter: infatti erano contemplati un’ampia gamma di servizi e beni legati al marchio del club italiano che andavano dalle partite stesse, cioè il nome della squadra di calcio fino ai diritti tv. Ma poi c’era anche il merchandise dai palloni, alle maglie per arrivare persino ai collari per i cani e lo yo-yo. In pratica tutto. Se dovesse essere concessa all’Inter di Milano la registrazione del marchio, il club nerazzurro avrebbe la protezione legale su diverse aree, delle quali un paio sono fondamentali: la presunzione di titolarità del marchio e il diritto esclusivo di utilizzare il nome ‘Inter’ in determinate attività commerciali. E quest’ultima registrazione fornirebbe anche servizi di protezione anti-contraffazione da parte della U.S. Customs and Border Protection, senza dimenticare il fatto che nelle cause per le violazioni, la società detentrice del brand potrebbe richiedere danni fino al triplo degli importi in oggetto.

La MLS però, la Major League Soccer, il primo campionato professionistico per importanza degli Stati Uniti, ha dal 2019 ripetutamente contestato le richieste presentate dall’Inter. Tutto è cominciato da quando David Beckham ha scelto proprio il nome Inter per il suo club di Miami che da lì a poco avrebbe debuttato nella MLS la quale, in pratica, è proprietaria di tutti i nomi delle squadre di calcio che partecipano al campionato. Insomma una situazione controversa che però sembra volersi spostare a favore dell‘Inter, quella italiana. Infatti tre giudici della U.S. Trademark Trial and Appeal Board (TTAB) hanno respinto al riguardo il reclamo della MLS che sosteneva che “La registrazione del marchio Inter causerebbe confusione tra i consumatori con il club di David Beckham e la MLS in generale. E al mondo sono diverse le società calcistiche che utilizzano questo nome come abbreviazione di Internazionale“. La MLS si è subito opposta presentando reclamo alla prima sentenza che, pur non essendo decisiva, fa comunque capire quale sia la direzione intrapresa.

La MLS per difendere in primis l’Inter Miami, nella propria strategia legale ha sottolineato come il nome Inter sia usato, prima ancora del 2014 anno della presentazione della richiesta da parte dell’Inter Milano, da diversi club e organizzazioni calcistiche negli Stati Uniti: c’è l’Inter Soccer Association poi si passa al Chicago Inter Soccer Club, Inter Atlanta F.C., InterCounty Youth Club e Inter-County Youth Soccer League. Poi all’estero Inter Leipzig, Inter Baku, Inter de Luanda… Un elenco lungo sul quale sono appoggiate molte delle speranze di successo della MLS che sostiene di avere un interesse finanziario nel prevenire la confusione tra la tante Inter che esistono nel mondo del calcio. E in particolare gli avvocati della lega USA hanno fatto riferimento alle squadre dilettantistiche. “La MLS – è stato ribadito – è profondamente coinvolta nello sviluppo dei club di calcio giovanili, sia come fonte di fan della MLS che come futuri calciatori”.

Ma uno dei giudici, Thomas Wellington, ha risposto che “le argomentazioni portate dalla MLS sono poco convincenti, manca un interesse legittimo in una possibile confusione dell’utilizzo del marchio Inter del club italiano e di altre società”. Vittoria insomma dell’Inter, quella milanese, e sconfitta di MLS e Inter Miami, quella di David Beckham e Gonzalo Higuain (l’ingaggio più costoso nella storia del calcio a stelle e strisce). E adesso? TTAB ha fatto sapere che il contenzioso può andare avanti fino al gennaio 2022, ma nel frattempo è possibile una negoziazione privata tra le due parti, MLS e Inter Milano, per arrivare a una commercializzazione per entrambe le organizzazioni calcistiche. Ma se non si dovesse arrivare a un accordo, ecco che per l’Inter Miami ci sarebbe solo una strada: nuovo nome e ricommercializzazione di tutto il brand. Un danno non da poco.

Roberto Zanni