Matteo Renzi (foto: depositphotos)

Passano i giorni e le ore, non passano senatori alla maggioranza. Il tempo scorre e tutto rimane immobile, la grande operazione per allargare la maggioranza non decolla. Palazzo Chigi vede rallentare il treno che avrebbe dovuto far affluire responsabili per sostituire Italia viva, il timore è quello che possa arenarsi definitivamente, il Pd ma anche il Movimento 5 stelle sono in pressing, il tempo stringe, più passa e più l’operazione rischia di crollare.​

L’effetto Cesa ha indirizzato pesantemente la giornata in un mood negativo, la notizia deflagrata in mattinata di un avviso di garanzia della procura di Catanzaro per “associazione a delinquere aggravata da metodo mafioso” diretta al segretario dell’Udc è arrivata come un fulmine a ciel sereno a scompaginare, e in peggio, i piani del governo. Perché Lorenzo Cesa è (era?) uno dei possibili perni dell’operazione “responsabili”, i tre senatori dello scudocrociato se non sono determinanti per la sopravvivenza del governo poco ci manca.​

“Il problema è che noi con Cesa trattavamo, così viene a mancare un interlocutore politico, ora con chi si parla?”, dice uno dei pontieri più attivi, che dà per perso De Poli, uno dei tre Udc a Palazzo Madama, considerato troppo organico al centrodestra, ma che vede dei margini ancora buoni sugli altri due, Saccone e Binetti. Ma con l’indagine capitata tra capo e collo al segretario del partito tutto diventa maledettamente più difficile.​

I 5 stelle hanno iniziato a ribollire. “A tutto c’è un limite”, è il messaggio che più si rincorre negli scambi tra i grillini. Nella war room pentastellata sono convinti che tutto ora sia complicato. Un senatore, parlando di suoi colleghi, allarga le braccia: “Ma tu pensi che l’ala nostra più barricadera ingoierebbe tranquillamente un governo con un partito il cui segretario è indagato per rapporti con la ’ndrangheta? Va bene che stiamo ingoiando tutto, ma siamo pur sempre grillini. Ce lo vedi Lannutti a votare la fiducia?”. È Alessandro Di Battista ad entrare a gamba tesa, mettendo quella che sembra una pietra tombale su quella che fino a ieri era tra le ipotesi più concrete di allargamento della maggioranza:​ “Con chi è sotto indagine per associazione a delinquere nell’ambito di un’inchiesta di ’ndrangheta non si parla. Punto”.

È l’intervento di Luigi Di Maio a mettere quella che sembra una pietra tombale su un possibile accordo con l’Udc: “Mai il M5s potrà aprire un dialogo con soggetti condannati o indagati per mafia o reati gravi - spiega il ministro degli Esteri, ancora oggi la figura di più peso nel mondo pentastellato - il consolidamento del governo non potrà avvenire a scapito della questione morale”. Gli esegeti sottolineano come Di Maio si riferisca a singoli soggetti, non al partito, e continuano a credere nella possibilità che qualcosa si muova, ma è tutto incredibilmente difficile. Viene a mancare un interlocutore chiaro, rischia di sfumare l’operazione che voleva attorno al simbolo dell’Udc la costruzione del gruppo di responsabili a Palazzo Madama.

Ne servono 170, come da asticella fissata da Dario Franceschini, ne basterebbero anche due o tre in meno per una navigazione appena tranquilla, sono comunque dieci in più rispetto a quanti martedì scorso hanno votato la fiducia, e il conto per ora è fermo a quota zero. A Palazzo Chigi sono convinti che basterebbe un segnale, un piccolo smottamento di Italia viva, qualche altra defezione in Forza Italia: sarebbe la palla di neve che genererebbe quella piccola valanga che permetterebbe di mandare in porto l’operazione.​

Per questo e per smuovere le acque dopo due giorni di totale immobilismo Conte ha deciso di cedere la delega ai Servizi segreti a un suo uomo di fiducia, Pietro Benassi. Un alibi in meno a Matteo Renzi, ma soprattutto per quella pattuglia di senatori renziani che continuano a lanciare messaggi al proprio leader sul fatto che mai voterebbero la sfiducia al governo. Una minoranza all’interno del gruppo di Iv, ma che possono cambiare le sorti della partita. Così come un segnale è la lunghissima lista di incontri messi in programma dal premier per discutere e migliorare il Recovery plan, dai sindacati alle Regioni, passando per imprese e enti locali. L’ex rottamatore ai microfoni di Piazza Pulita lancia un appello che tra i 5 stelle bollano come disperato, “siamo ancora in tempo per fermarci e tornare a confrontarci”.

Un bollino, quello della disperazione, che vale oggi ma domani chissà. Da Pera a Schifani passando per il transfugo Causin, Forza Italia è data in difficoltà, affannata a tenere unito un gruppo che ascolta le sirene provocanti di una legislatura che potrebbe continuare. Ma al momento nulla si muove, e il gran tessitore del Pd Goffredo Bettini ammonisce: “Se in queste settimane riusciamo a consolidare i numeri bene, altrimenti si tornerà a votare”. L’ipotesi del voto è quella che circola nel M5s, più per tattica che per convinzione: “Alla fine si tornerà con Renzi, vedrai, e noi dovremo ingoiarcela perché nessuno vuole rischiare le urne”, dice un deputato alla seconda legislatura. Ci sono solo cinque giorni per scongiurare il concretissimo rischio di andare sotto in aula al Senato sulle comunicazioni sulla giustizia di Alfonso Bonafede. Per Conte il nemico principale è il tempo.

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