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di Franco Manzitti

Genova in vendita pezzo a pezzo. L’ultima svolta è piena di colore. È  toccato alla Boero Colori. Azienda storica con le radici piantate addirittura nel 1831, oggi 90 milioni di fatturato.

La famiglia Boero è passata in minoranza cedendo le sue quote ai portoghesi del Cin, soci fino a ieri al 13 per cento di questa “firma”.

È una specie di grande marchio genovese con stabilimento storico nel centro della città. Poi nell’entroterra di Rivalta Scrivia, da cui uscivano ed escono le pitture per lavorare le chiglie delle navi di mezzo mondo.

Boero era rimasta l’ultima frontiera in questo settore fondamentale per una città di mare. Aveva comprato prima “Attiva” della famiglia Oliva, poi “Brignola”, storici colorifici. E veleggiava con ottimi risultati sul mercato mondiale delle vernici.

Ma la necessità di trovare un assetto futuro all’azienda ha convinto la leader del Gruppo, Andreina Boero. È la figlia di Federico Mario, un “grande” della politica, dell’economia e della cultura genovese. Ora ha deciso di passare in minoranza, restando alla guida del management con la figlia Cristina. Ma non più in maggioranza azionaria. Resterà tutto come prima, ma ora la maggioranza ce l’hanno i portoghesi, soci fedelissimi da molti anni, con i quali il fatturato arriva a 240 milioni.

La svolta colorata avrebbe rappresentato solamente un passaggio importante per un’azienda che ha fatto la storia dell’industria genovese da secoli. Se non arrivasse dopo una sequela di cambiamenti negli assetti proprietari della ex Superba. Che stanno facendo cambiare faccia all’economia cittadina.

Genova in vendita pezzo a pezzo – Recentemente è stata la volta  del gruppo Lercari, leader nel mondo assicurativo e delle perizie, radici profonde a Genova in questo settore così genetico nella storia zeneise. Lercari ha ceduto la maggioranza del 50,1 per cento a “Mutui on line”, un gigante degli affari, con la prelazione a passare tra qualche tempo a una quota ancora più minoritaria.

Si parla di uno scagno storico genovese. Trasformato dal suo leader di oggi, Rodolfo Lercari, in una holding mondiale. Esperta in tutti i grandi sinistri, non solo italiani, ma anche mondiali. Dalla tragedia del Monte Bianco, al Black out nazionale del 2003, ai terremoti, ai grandi crolli, come quello del Ponte Morandi. Ora ha preso il volo, lasciando come Boero la propria sede a Genova, nella centrale via Roma (e con uffici a Milano e Londra). Ma proiettando la sua firma su uno scenario ben più ampio da quello tracciato dai suoi avi.

Quasi due anni fa era stata la volta di Cambiaso e Risso, altro storica gruppo, esperto mondiale in assicurazioni e brokeraggio, con uffici in tutto il mondo. Aveva stretto un accordo di partnership con il gruppo francese Siaci Saint Honorè, uno dei maggiori broker assicurativi e di servizi di consulenza. Diventato maggioranza. Ma lasciando ai due leader genovesi Marco Risso e Bruno Higueras la guida della società e la gestione dello sviluppo globale del business marine di Siaci.

Il marchio Cambiaso e Risso è rimasto, mantenendo la propria autonomia operativa. Con l’accordo che per lo sviluppo del mercato italiano Siaci si avvale del Network dell’azienda genovese. (Che ha uffici oltre che a Genova, a Napoli, Trieste, Atene, Istanbul, Londra, Montecarlo, Singapore e Seul).

Restano i manager di Genova, ma i padroni sono di fuori – L’autonomia genovese c’è ancora, anche attraverso brillanti operazioni di acquisizione in Italia e all’estero. Ma la maggioranza delle azioni è in mano francese.

E ancora, in un settore completamente diverso, quello della sanità privata, il gruppo Suriani, azionista di Fides, ha ceduto al gruppo Garofalo le sue 11 strutture sanitarie in Regione. Si tratta di un passaggio dai genovesi a un gruppo che copre tutti i comparti del settore sanitario e socio assistenziale. (Pazienti acuti, chirurgia di altissima complessità, riabilitazione motoria, cardiologica e nutrizionale, eccetera).

Umberto Suriani, amministratore delegato di Fides, in passato anche presidente di Confindustria Genova, ha continuato ad essere al vertice del Gruppo Fides e siede, dal momento dell’acquisizione, nel consiglio di Garofalo.

Non finisce qui il grande movimento degli imprenditori genovesi.

Luigi Negri, grande terminalista e uomo di shipping, per primo aveva avuto il coraggio di rompere il quadro pubblico del porto monopolio genovese. Chiedendo negli anni Novanta di gestire il Terminal di Calata Sanità, cuore del porto storico di Genova, con la sua società GIP. Negri da qualche anno ha ceduto sia questo terminal sia la darsena Toscana ai fondi anglo francesi di Intravia e Infracapital.

In questo modo oltre a lui anche le famiglie Cerruti, Magillo e Schenone sono uscite dai due porti. Con una quota del 5 per cento è rimasto solo Giulio Schenone.

Negri aveva avuto il coraggio di sfidare in anni tempestosi un porto bloccato tra il monopolio dei camalli leggendari del console Paride Batini e le migliaia di dipendenti dell’allora dominante Consorzio Autonomo del porto. Ora è uscito dalle banchine mantenendo le sue altre molteplici attività, tra le quali sia la cantieristica navale, che la manifattura.

Negri dalle navi all’abbigliamento – Negri ha tra l’altro rilevato Slam, una firma dell’abbigliamento sportivo e del tempo libero, fondata da un’altra imprenditrice genovese oggi scomparsa, Carla Gardino, già presidente della Fiera di Genova.

Un’altra operazione interessante, in un altro settore, l’ha realizzata Sandro Biasotti, oggi parlamentare di Forza Italia, già presidente della Regione Liguria. Ma prima di tutto grande imprenditore dell’autotrasporto e super concessionario di automobili. A capo di un gruppo con 500 addetti che “governano” i marchi più prestigiosi da Mercedes a Bmw.

Questo personaggio, dai ruoli molto diversi, ha scelto di allearsi con la famiglia Utili di Torino. Cedendo il 40 per cento delle proprie quote, con un impegno in tre anni a trasferire altre quote a una realtà di concessionarie ben dislocata in tutto il Piemonte.

Il patto era stato presentato proprio come una alleanza tra la Liguria e il Piemonte, secondo un disegno che escludeva la Lombardia, quasi una riedizione “automobilistica” del regno sabaudo.

Se ci si sposta poi sulle navi, sulle flotte, sugli armatori, che un tempo erano il “sale” di Genova e della Liguria, allora il cambiamento ha oramai tutti i colori di un tramonto inesorabile. Anche gli ultimi armatori hanno ceduto. Dopo che quelli storici, dai nomi leggendari nella marineria italiana già avevano ammainato le bandiere. I Costa, in mano americana della Carnival dal 1989. I Fassio, travolti da una vicenda giudiziaria ingiusta e violenta, negli anni Settanta. I Ravano. I Corrado. I Cameli, trasformatisi in imprenditori con altri interessi. IDe Franceschini. I Lolli Ghetti. Per citare i più noti: ridimensionati, trasferiti, con le nuove generazioni in altre attività, spesso limitrofe al trasporto marittimo.

Ma questa è una storia oramai vecchia dei decenni precedenti, che hanno visto sparire le flotte una ad una. E ridurre il ruolo armatoriale in città ai minimi termini. Sono rimasti i Messina, origine siciliana, ma forte presenza genovese e spezzina. Sono giunti alla quarta generazione, ma oramai in minoranza dopo l’ingresso nel loro gruppo storico della MSC di Luigi Aponte. Che oramai ha la maggioranza della flotta celebre per i suoi Jolly. Dopo una scalata, parallela alle difficoltà incontrate dalla famiglia storica, che ha impattato pesantemente il post 2008. Quando la speranza di incrementare traffici e affari aveva spinto a ordinare navi nuove nei cantieri, incrociando il tempo della grande crisi.

Un’operazione coraggiosa, che si è ritorta contro il Gruppo, quando tutto è crollato insieme con il mercato dei noli e alla grande crisi dei traffici con tante navi abbandonate in giro per i mari del mondo.

Sono rimasti i Grimaldi, ramo genovese – Sono rimasti i Grimaldi, ramo genovese, della sigla GNV, Grandi navi veloci. Fondata da Aldo Grimaldi nel non lontano 1991. Una flotta di traghetti con linee praticamente in Italia e in tutto il Mediterraneo.

La lunga crisi ha anche travolto la storica Premuda, nata nel lontano 1907 a Trieste. Passata per molte mani. Ma soprattutto negli anni dal 1980 per quelle abili di Alcide Rosina, un genovese “forte”, già presidente di Finmare che per due volte ha tentato di salvarla nelle tempeste delle crisi.

Dal 2018 anche suo figlio Stefano si è arreso e ora la compagnia è in mano americana, ma la sua flotta è ben diversa da quella che era.

Insomma dai colori, alle navi, alle assicurazioni, alle perizie, al brokeraggio, perfino ai concessionari e autotrasportatori e agli “imprenditori della salute” il marchio Genova non è più esclusivo della città.

Le crisi mondiali, la globalizzazione, i nuovi equilibri planetari hanno modificato il ruolo di imprese e uffici. E gruppi che dominavano i loro affari, stando ben attenti ai confini zeneixi, di quelli che un volta si chiamavano appunto scagni.

Lì si arroccavano le competenze, che si affinavano di generazione in generazione, diventavano spesso un richiamo per altri affari in una catena che restava unica.

La dirigenza passava da padre in figlio, fino a quando si reggeva e non ci si consumava. Secondo quel micidiale assioma per il quale la prima generazione crea, la seconda mantiene e la terza distrugge. A volte anche la seconda è crollata.

Il buon esempio dei Cauvin – Oggi poi tutto cambiato. Anche se c’è chi resiste e offre buoni esempi come Cauvin. Che ha compiuto proprio ora 130 anni di business nell’import export di fertilizzanti, acciaio, alluminio e altre merci. Giungendo impunemente alla quinta generazione. Dal fondatore Vittorio nel 1890 ai ragazzi e alle ragazze di oggi.

Ai Garrone, giunti alla terza di generazione, con la quarta già pronta, con la grande conversione dal petrolio all’energia pulita. Restano a Genova queste ed altre bandiere. Piantate in un tessuto dove sventolano tanti altri colori e altri vessilli, rispetto a quello leggendario della croce rossa in campo bianco.

Restano sedi, uffici, amministratori delegati, magari con i cognomi di famiglia. Ma le azioni quelle hanno preso il volo per i continenti. E spesso, ma non sempre, le cessioni e le uscite hanno avuto la contropartita di ricchi capitali entrati nelle famiglie genovesi. Forse si può ripetere quello che diceva alla fine degli anni Ottanta Romano Prodi. L’allora presidente dell’Iri, di fronte alla crisi tombale delle aziende delle Partecipazioni Statali esclamò: “Genova “strippa” di soldi.

Ma si può anche aggiungere la domanda se questi scambi, queste rivoluzioni negli assetti storici porteranno un nuovo sviluppo alla città. O si limiteranno a cambiare la sua identità imprenditoriale, riducendo la tradizione, modificando i geni secolari della storica Repubblica.