di ROBERTO ZANNI
Da Bologna agli Stati Uniti. Adesso può anche sembrare un viaggio facile per Gianmarco Arletti, ma non è stato così. Dalle Due Torri al New Jersey e quindi nel Delaware. E Gianmarco ha solo 19 anni compiuti lo scorso 25 dicembre. A Bologna lo seguono da lontano il padre Umberto, la madre Simona e il fratello Massimo. “Parlo con loro ogni giorno” ha raccontato per rimanere costantemente informato anche perchè tutta la famiglia aveva contratto il COVID, ma adesso, fortunatamente stanno tutti bene. C’è da aggiungere che il basket in casa Arletti è… di casa: papà Umberto infatti è presidente della Salus Bologna, una delle società simbolo della pallacanestro felsinea e anche consigliere federale. Ma ora Gianmarco può concentrarsi completamente sul suo anno da matricola. Negli States ci è arrivato a 16 anni, per muovere i primi passi sui parquet americani con la maglia di Holy Cross, liceo del New Jersey, dove ha lasciato un ottimo ricordo: 16,3 punti e 6,5 assist a partita nell’anno da senior. Poi ecco la University of Delaware che si trova a Newark, un ateneo pubblico-privato, la più grande università dello stato con una storia che va indietro fino al 1833, anche se le origini risalgono addirittura al 1743. Guardia con un grande futuro cestistico davanti a sè, Arletti ha portato negli Stati Uniti il glamour di Basket City, la sua Bologna. “All’inizio – ha raccontato così il suo arrivo – la differenza era totale: cibo, lingua, anche la gente e il sistema scolastico senza poi dire del basket”. Ma gli sono bastati pochi mesi per adattarsi, anche per il gioco. “Prima non avevo mai fatto il playmaker – ha aggiunto – e il debutto nel ruolo è stato piene di palle perse, non ero abituato a una simile pressione sul campo. Dovevo lavorarci sopra”. E ci è riuscito talmente bene da meritare anche la convocazione nella nazionale italiana under 18 per il FIBA 3×3, le qualificazioni europee. Poi la scelta della University of Delaware, i Blue Hens (galline blu, il nickname degli atleti). “Qui c’era tutto quello che stavo cercando, per gli studi e il basket, Nessun altro ateneo poteva offrirmi di più”. E una volta indossata la maglia della UD il crescendo è stato continuo, nonostante le limitazioni, le difficoltà dovute alla pandemia. Ma prima dell’avvio della stagione ha anche passato alcune settimane con un futuro compagno di squadra, Andrew Carr. “È stato all’inizio di luglio – ha raccontato Carr – ci siamo conosciuti, allenati assieme, abbiamo legato subito”. Poi però con tutti i ritardi dovuti alla situazione contingente, solo a dicembre si è potuto cominciare a giocare davvero. Prima molta panchina, poi Martin Ingelsby, il coach, ha cominciato a dargli più spazio: e l’apporto del bolognese/americano si è fatto vedere. Decisivo in diversi incontri, adesso Arletti ha una media di 14,4 minuti a partita. Il suo top? I 21 punti segnati nella vittoriosa partita contro Charleston Cougars. “È fantastico – ha sottolineato – poter aver subito un ruolo cruciale nella squadra ed essere in grado di sfruttare questa opportunità”. Arletti con UD partecipa alla Colonial Athletic, Division I della NCAA e anche se la sua università non rappresenta la grande elite, ha tutte le possibilità nel giro di quattro anni quando finirà l’università, di raggiungere livelli elevati e magari chissà di conquistarsi una chance anche per la NBA anche se ovviamente adesso è troppo presto per parlarne. Dall’alto dei suoi 198 centimetri, niente male per una guardia che può giocare anche play, Arletti per ora pensa a crescere, ma intanto Bologna sta diventando famosa anche nel Delaware.