Andrea Agnelli (foto Depositphotos)

Andrea Agnelli è il simbolo (italiano) del fallimento Superlega di calcio. Amicizie tradite, doppio gioco e investimenti dirottati verso i più ricchi. Mentre naufraga la neppure mai nata Super League, rimane sempre più solo, e sempre meno difendibile, uno dei due timonieri della nave zoppa: Andrea Agnelli.

L'uomo dalle tante vesti istituzionali che, leggendo i fatti alla luce degli ultimi avvenimenti, ha tra le altre cose fatto perdere 1,7 miliardi alla serie A per averne 1,1 da dividere tra la sua Juventus, l'Inter e il Milan.

"Giuda, bugiardo e serpe", i commenti sulle qualità umane del giovane presidente bianconero non sono stati certo teneri. Quelli citati sono quelli istituzionali, pronunciati dal numero uno dell'Uefa Aleksander Ceferin, ex amico di Agnelli tanto da essere il padrino di una delle sue figlie. E dal presidente del Torino e del gruppo RCS Urbano Cairo. Mentre sono per ovvie ragioni non riproducibili quelli comparsi sui social.

Ma, al netto dei commenti, l'Andrea Agnelli che esce dalla vicenda Superlega è un Andrea Agnelli devastato nell'immagine, nel ruolo e persino nel profilo umano. Sotto l'aspetto squisitamente umano è stato proprio Ceferin, raccontando del comportamento di Agnelli, amico sino ad allora e collega del capo dell'Uefa, a svelare comportamenti finora non smentiti e terribili, come negare appena poche ore prima dell'annuncio ufficiale che ci fosse alcunché di vero sulla nascente lega e poi spegnere il telefono.

Quello di cui si è parlato forse meno è il fatto che Agnelli abbia tramato contro le istituzioni in cui sedeva. E, soprattutto, di come abbia scientemente fatto fallire un accordo, ricco, tra la serie A e i fondi d'investimento.

All'epoca il perché non era chiaro, oggi sì: i fondi in questione avevano offerto alla serie A 1,7 mld. Da dividere ovviamente tra le 20 squadre. Non pochi, ma meno dei 350 milioni a squadra, uguali a 1,1 mld sommando Inter, Milan e Juventus, che gli stessi fondi hanno poi accordato alla Superlega.

Con Agnelli che conduceva contemporaneamente l'una e l'altra trattativa. Ovviamente senza aver informato amici e colleghi. Era metà novembre, il 19, quando la Lega di Serie A con voto unanime, Juventus compresa quindi, accetta la proposta di 1,7 mld per i diritti del calcio. Tutti d'accordo per quello che sembrava, ed era, un buon affare per i club del massimo campionato. Due mesi esatti dopo però alla Continassa arriva a far visita alla dirigenza bianconera Florentino Perez, presidente del Real Madrid e per poco tempo boss della Superlega.

E' il 19 gennaio e, due settimane dopo, il 4 febbraio, Juventus ed Inter cambiano idea e in Lega bocciano l'accordo precedentemente approvato. Non lo diranno apertamente, ma lo bocciano perché l'accordo prevede, naturalmente, che i firmatari nonché destinatari dei denari devono confermare per iscritto che parteciperanno ai tornei per cui sono pagati e non ad altri. Il resto è cronaca.

E' un'apparentemente tranquilla serata di metà aprile quando la Juventus, insieme ad altri 11 storici club, annuncia la nascita della nuova Lega dei ricchi, così ricchi da garantire a se stessi 350milioni a squadra dai diritti da vendere a fondi già pronti ad acquistare, con nientemeno che JPMorgan a fare da garante economico. 350 che moltiplicato per 3, Juventus, Inter e Milan, fa 1,1 mld. Meno del miliardo e sette offerto alla Lega, ma non per i 3 club in questione. E chi se ne frega degli altri...

di Alessandro Camilli