Montevideo (Depositphotos)

Di Stefano Casini

Quando arrivai all’Aeroporto di Carrasco il 21 novembre del 1965, avevo 13 anni, appena compiuti. Non avevo mai preso un aereo prima di quell’epoca. Era un Corvair 990A della Compagnia VARIG che non avrebbe mai più volato dopo gli anni ‘80. Soltanto 37 aerei di questa versione erano stati costruiti a partire del 1959. Furono sostituiti dai più affidabili DC8 o Boeing 707. A 13 anni è tutto bello, tutto nuovo ed io avevo l’enorme fortuna di arrivare come un principino, figlio del Direttore della RAI per l’America Latina: avevo un autista che mi portava alla Scuola Italiana, abitai prima in una splendida casa nel quartiere di Carrasco, poi nell’appartamento che compró la RAI per il suo Direttore all’angolo di Juan Maria Pérez e la Rambla. Un palazzo principesco che ancora esiste. Ricordo che dicevo “cincocientos” invece di quinientos e che, quando mi dicevano “mira esa chica”, guardavo per terra (la cicca). Ben presto scoprii un paese molto simile al nostro dal punto di vista sociale. A quell’epoca, in Uruguay, vivevano 3.1 milioni di persone, appena 400.000 meno di oggi, aveva estese pianure, nessuna montagna e qualche collina (la più alta ha poco più di 500 metri). A 15 anni cominciai i miei primi contatti con la stampa, nel 1968, in una collettività molto attiva, con oltre 12.000 connazionali, dei quali l’80 per cento era nato in Italia. C’erano molte associazioni, la Casa d’Italia, club , ristoranti, l’Ospedale Italiano che era un riferimento medico per tutto il continente, la Dante Alighieri con 1000 studenti, l’Istituto Italiano di Cultura con altri 1000, centri mutialistici, centri culturali, commemorazioni come la Giornata degli Italiani, il Comitato Consolare, un consolato vero e proprio (non una Cancelleria Consolare), l’ICE ed anche la RAI. Insomma, nessun italiano poteva sentire la mancanza del proprio Paese. Si calcola che gli italiani emigrati in un secolo sono stati circa 25 milioni. A differenza di altri flussi migratori verso l'Uruguay, le motivazioni politiche non hanno giocato un ruolo importante nell'arrivo degli italiani, come accadde, per esempio in Argentina o in Brasile. La nostra cultura ha influenzato fortemente quella uruguaiana, soprattutto nella lingua, la gastronomia, l’architettura, la religione e la musica. L'antropologo Renzo Pi Hugarte ha affermato; “La presenza italiana in Uruguay ha lasciato segni profondi nella sua cultura popolare, al punto che gli elementi che l'hanno contraddistinta sono generalmente percepiti come originari di questi luoghi e non come adattamenti di modelli italiani". Tante personalità nella storia culturale uruguaiana sono italiani o discendenti italiani come vi abbiamo raccontato in varie occasioni, come Piria, ma anche María Lucía Cardarello Rebellato, nata a Canelones, cittadina italiana che ha vinto la medaglia d'oro al concorso Regina Italia nel Mondo per discendenti di italiani nel 2009. Uno dei personaggi di Juan Moreira era Francisco, detto Cocoliche, uno stereotipo dell'immigrato del sud Italia, molto comico per il modo in cui si vestiva e parlava. Un passaggio dell’opera recitava: «Yo mi quiamo Franchisque Cocoliche, e songo cregollo spende il güese della taba e il rubinetto di Siracusa, amico» Questo popolare personaggio è stato ispirato da Antonio Cocolicchio , un impiegato della compagnia teatrale dove lavorava Podestá: «Una sera, quando mio fratello Jerónimo era di buon umore, iniziò a scherzare con Antonio Cocoliche, peon calabrese di la compagnia, molto imbavagliata, durante la festa di campagna di Juan Moreira, giocando con lui e facendolo parlare. Quella si è rivelata una scena nuova, molto divertente e ha attirato l'attenzione del pubblico e anche degli artisti ", ha spiegato Podestá. L’IMMIGRAZIONE VALDESE A COLONIA L'immigrazione valdese a Colonia portò con sé il Patois, che si doveva conservare come lingua etnica, sebbene con il passare delle generazioni, fu sostituito dallo spagnolo. Parte importante del flusso emigratorio italiano era formato anche dai sacerdoti. Molti di loro usavano l'italiano per predicare, altri, con il passar del tempo hanno imparato a farlo anche in spagnolo. Intorno al 1880, i sacerdoti salesiani usavano il latino, una pratica che fu presto abbandonata per la dissonanza con la lingua locale.