Palazzo Chigi (foto depositphotos)

di Stefano Baldolini

 

Qualche vezzo di troppo e un nome​ insolitamente lungo per non destare sospetti ma Maria Elisabetta Alberti Casellati era partita bene. Appena salita, prima donna della storia, al secondo scranno della Repubblica, era volata a Genova per seguire il concerto diretto dall’amato figlio Alvise senza cerimoniale e aereo di Stato, che, come da prammatica, le era stato offerto. D’altra parte era il marzo del ‘cambiamento’ 2018 e il suo omologo alla Camera, il neo-eletto grillino Roberto Fico, per raggiungere il Parlamento avrebbe preso l’autobus. Insomma, al vento anti-casta occorreva offrire un po’ le vele.

 

Così, sorprende un po’ la deriva presa qualche tempo dopo dall’avvocato rodigina specializzata in cause di nullità presso la Sacra Rota (cit. “il matrimonio non è un giro di valzer”), poi fulminata dalla rivoluzione liberale del Cav, infine assurta a carica istituzionale. Va bene che l’aria è cambiata e le sirene del populismo meno intense, ma 124 voli di Stato in un anno, come emerso dalle recenti cronache sembrano un po’ troppi anche per chi ritiene la pratica legittima. Perché è filosoficamente corretto che i servitori dello Stato abbiano a disposizione scorte e spostamenti celeri e protetti, il loro corpo - assunta la carica - diviene interesse pubblico, ma il presidente Casellati (vuole essere appellata al maschile) ha preso di questa giusta nozione una forma un pochino estensiva.

 

Nulla di illegale insomma, ma ai limiti del decoro istituzionale, concetto (il decoro) al quale la stessa Casellati tiene molto. Sempre elegante, mai il trucco fuori posto (“Non potrei mai uscire senza eyeliner”), ribrezzo verso “unghie lunghe e bocche colorate”, scelta del tailleur quotidiano adatto all’occasione, come quello nero funereo nel giorno in cui si votò la decadenza a Berlusconi da senatore. “Panzer in Vuitton” la definisce “La Verità”, e dunque occorre passare dalla forma alla sostanza. Alla Casellati pre-e-politica. Inflessibile, determinata, (“workalcohic”, dice il figlio). Alla necessaria retorica dell’unica figlia femmina, con tre fratelli, in carriera nonostante il padre (“partigiano, ma liberale”) che la voleva maestra. In un percorso da matrimonialista che la fece ascendere alla causa di divorzio Stefano Bettarini-Simona Ventura con antagonista Anna Maria Bernardini De Pace (evidentemente nel settore la lunghezza del nome pesa).

 

In quanto al ruolo da “pasdaran” del berlusconismo, la costanza e la professionalità ebbero un ruolo innegabile. Scoperta dall’ex doge Giancarlo Galan caduto in disgrazia per le vicende del Mose, pur sottosegretaria alla Salute non disdegnava di tornare sul territorio, per esempio Padova, dove pare allestisse un banchetto per mantenere il rapporto con la gente. In 20 anni di Aula, presidia i banchi del centrodestra per non far mancare il numero legale, “quando tutti erano sulle spiagge di Ponza o in barca al largo di Cavallò” (ancora “La Verità”). Lei, è noto, preferisce Cortina, ma non disdegna la Sardegna - meta dei 4 recenti voli non proprio istituzionali in pieno agosto - o la Calabria - dove pare che nel 1971 venne eletta Miss Palizzi.

 

Di indubbio maggior rilievo le altre sortite extra Palazzo.​ In tv per esempio tenne banco negli anni più tosti della difesa del Cav dagli assalti giudiziari. Le punte: dalla Gruber rivendica la versione ‘Ruby-nipote di Mubarak’ e si scontra con Travaglio (“Questa signora dice puttanate”. Risposta con alzata d’occhi bistrati: “Lei è un maleducato”). Poi c’è la faccenda dei gradoni del palazzo di Giustizia di Milano dove protesta con altri esponenti di Forza Italia sempre per evitare il processo Ruby.

 

Non proprio un viatico cristallino per arrivare a Palazzo Madama, lo hanno già notato in tanti, da Liana Milella a Gian Carlo Caselli, ma tant’è, nonostante le leggi ad personam, nonostante la troppa nettezza di alcune posizioni (antiabortista, pro case chiuse, contro le unioni civili...) e accuse di nepotismo per una lontana assunzione della figlia manager di Publitalia nella sua segreteria, Elisabetta Casellati alla presidenza del Senato poi ci arriva. Quasi incidentalmente, prima delle consultazioni che produrranno l’avvocato del popolo Giuseppe Conte e l’esecutivo ircocervo Lega-5 stelle. Scrive Susanna Turco su L’Espresso: “Come correlato di una ipotesi che non si è mai verificata. Quella che al governo andasse anche un centrodestra ‘classico’”. Da svolta mancata della Storia, lei non si perde d’animo e dichiara che alla storia vuole comunque passare “per ridurre i costi del Parlamento”. Insomma, predetto spirito del tempo: basta privilegi.

 

Non va proprio così. Decisioni altalenanti sulla questione vitalizi, troppi movimenti di personale a Palazzo Madama, voli di linea “in ostaggio” - scrive “Il Fatto”, che la chiama “Evita” - per imbarchi “sempre per ultima”. Questioni di cappelliere, entrate e precedenze. In quanto a cerimoniale, per evitare lo sgarbo a Mattarella, tampona l’auto del Quirinale in un corteo presidenziale a Vo’ Euganeo. Coincidenza che fa sussultare i retroscenisti: c’è il Colle nel suo cuore. Troppi indizi. Troppi premi, troppi discorsi, troppe prime a teatro, troppa “diplomazia culturale” e qualche sgarbo effettivo come quando Casellati si fa accompagnare in Libano dalla ministra Trenta violando il protocollo: “il titolare della Difesa può scortare solo il capo dello Stato” (ancora “Il Fatto”, che ha memoria lunga).

 

Anche le gaffe in materia di politica estera sembrano percorse da un indicibile anelito, come se per quanto dorata, la gabbia del Senato le vada un po’ stretta. Accoglie il cinese Xi, presidente del più grande regime del mondo, come “segno di grande attenzione e vicinanza alle istituzioni parlamentari” (e qui un brivido corre lungo la schiena). In un minuto di discorso scatena una mezza crisi con la Germania pronunciando la frase “Berlino discute, l’Europa brucia”. È​ grossier, ma è tentativo di politica, come quando abbandona la dovuta equidistanza e piccona Conte in piena pandemia, mentre proprio per evitare il virus, e causa mal di schiena, si imbarcava un centinaio di volte sulla tratta Roma-Venezia. Sul Falcon di Stato, modello 900 dell’Aeronautica, 31° stormo di Ciampino. Ed è tutto un levitar di domande: è lecito, non lo è, è un abuso, è indecoroso. Son cose, che al di là del merito, restano nella testa del popolo, e da secoli.

 

“I soggiorni della corte per sei settimane d’estate a Compiègne, in autunno a Fontainebleau, erano chiamati​ grandi viaggi​ perché si spostavano tutti i dipartimenti e tutti gli uffici dei ministri”, scrive Daria Galateria nel suo delizioso “L’etichetta alla corte di Versailles” in cui l’accademica romana ricostruisce il mirabolante cerimoniale di Luigi XIV, il re Sole, che ai suoi riti “enigmatici e spesso ridicoli” era probabilmente il primo a non credere: ”È d’altronde uno dei più visibili effetti del nostro potere dare a volontà un valore infinito a quello che in sé non è nulla”. Una gioia del sovrano “pura” perché consta di onori che ai sudditi non costavano nulla. Gli onori alati del presidente Casellati - ha calcolato il verde Angelo Bonelli - sarebbero costati un milione di euro.