di Renato Silvestre
Il generale Bava-Beccaris ordina ai suoi soldati di sparare contro donne, uomini, vecchi e bambini che avevano preso parte ai Moti di Milano, una rivolata popolare contro l’aumento del costo del grano, e quindi del pane, decisa dal Regno d’Italia.
La strage è considerata uno dei momenti peggiori della storia italiana ed ebbe già all’epoca un impatto tale da motivare nel 1900 l’assassinio a Monza di re Umberto I, ucciso con tre colpi di pistola dall’anarchico Gaetano Bresci. Considerata la capitale finanziaria della nazione, alla fine dell’Ottocento, Milano, aveva circa mezzo milione di abitanti, ed era la seconda città più popolata del Regno d’Italia, dopo Napoli. Nella città cominciavano a essere sperimentati nuovi modelli di industrializzazione e a prendere forza nuovi movimenti di massa per l’emancipazione del ceto popolare. La diffusione dell’analfabetismo, i bassi salari e l’alto tasso di disoccupazione avevano preparato il terreno al malcontento, che esplose quando, a causa degli scarsi raccolti, il costo del grano aumentò da 35 a 60 centesimi di lira al chilo. Dopo un invano tentativo di organizzare la protesta in modo pacifico, il malessere popolare si estese a macchia d’olio spontaneamente e per contagio in varie città ad incominciare dalla Romagna e dalla Puglia, per poi diffondersi man mano nel resto del Paese. Il 2 maggio il ministero dell’Interno autorizzò i prefetti locali ad affidare, se ve ne fosse stato bisogno, poteri speciali di intervento alle autorità militari territorialmente competenti. A Milano questa autorità era il generale Fiorenzo Bava Beccaris, capo del Terzo Corpo d’Armata.
I moti, chiamati poi moti del pane, rivolta dello stomaco, quattro giornate di Milano o massacro di Bava Beccaris iniziarono il 6 maggio 1898 fra gli operai della Pirelli che accusavano il governo di essere responsabile della carestia che colpiva il popolo. Sfruttarono questa situazione anche alcuni agenti che durante la pausa pranzo approfittarono della distribuzione di alcuni volantini di protesta per arrestare operai e sindacalisti. Molti di loro vennero rimessi in libertà solo dopo l’intervento del deputato socialista Filippo Turati, ma la tensione era ormai salita: attorno alle 18:45 altri lavoratori scesero in strada prendendo d’assalto la caserma di via Napo Torriani. Ne successero immediatamente scontri e spari sulla folla da parte dei soldati: morirono una guardia di sicurezza e due dimostranti, altri tre furono feriti. Quell’episodio fu la causa di ciò che avvenne nei giorni successivi.
La mattina del giorno dopo, sabato 7 maggio, con la proclamazione di uno sciopero generale, che ottenne poi un’adesione di massa, le strade si riempirono di operai e operaie. Vi erano operai delle attività presenti nella città, i macchinisti dei tram, molti giovani e anche attivisti anarchici, repubblicani e socialisti. Uno dei primi scontri, probabilmente il più grave dell’intera rivolta, si ebbe in Corso Venezia all’incrocio con Via Palestro: per bloccare il passaggio della cavalleria fu creata una barricata con le carrozze di due tram e con mobili sottratti dalla portineria di Palazzo Saporiti. Dai tetti vennero lanciate tegole contro i soldati causando diversi morti e feriti tra i manifestanti. Altre barricate vennero costruite dai manifestanti in diverse zone della città, a Porta Venezia, Porta Vittoria, Porta Romana, Porta Ticinese e Porta Garibaldi. A quel punto, per ristabilire la gestione dell’ordine pubblico, attorno a mezzogiorno il prefetto diede il mandato al generale Bava Beccaris. Le comunicazioni ufficiali riportarono gli avvenimenti in modo molto accentuato, presentandoli come opera di “un movimento rivoluzionario”. Il governo con telegramma delle 16:30 comunicò il decreto che dichiarava la provincia di Milano in stato d’assedio e nominava il generale Bava Beccaris “Commissario straordinario con pieni poteri”. La piazza del Duomo venne occupata militarmente e il generale Bava Beccaris stabilì un piano per il progressivo controllo della città fino ai sobborghi entro 3 giorni con riapertura degli stabilimenti dal 10 maggio. Su indicazione del governo fu subito colpita la stampa “sobillatrice” con la soppressione di periodici di opposizione e arresti di giornalisti e di politici. L’idea di Bava Beccaris era di far muovere le truppe a raggiera nella città, in modo da rendere più efficiente il loro intervento e riguadagnare presto il controllo di Milano. Migliaia di manifestanti e la presenza delle barricate complicarono però i suoi piani e iniziarono così lunghi confronti tra i manifestanti e i soldati. Le cose non migliorarono e il generale ordinò infine di sparare contro la folla che si era radunata intorno alle barricate nella zona di Porta Ticinese, per disperderla. Le cariche e gli spari continuarono anche il giorno successivo, quando l’esercito usò un cannone per fare breccia nel muro di un convento dove si sospettava fossero nascosti dei rivoltosi. In tutto, in quei giorni, morirono più di 80 persone e centinaia furono ferite. Ci furono migliaia di arresti e la repressione, continuò per alcuni giorni, anche dopo che tutte le barricate erano state abbattute. Fu così che per le grandi masse di lavoratori, il generale Bava Beccaris diventò noto come “il macellaio di Milano”.