Dal sito ufficiale dell'Accademia David di Donatello

DI MARCO FERRARI

Un regista autarchico, Giorgio Diritti, rilancia il cinema italiano, come a suo tempo fece Nanni Moretti. Il suo ultimo film, "Volevo nascondermi" trionfa ai David di Donatello, i premi alle produzioni nazionali. Candidato a ben 15 statuette, Diritti ne porta a casa 7 tra cui miglior film, miglior regia e migliore attore protagonista. La pellicola di Diritti racconta in maniera vorticosa e singolare la figura del pittore Antonio Ligabue, interpretato in maniera davvero straordinaria da Elio Germano. Diritti, bolognese, sessantunenne, al quarto lungometraggio in quindici anni di carriera, sbaraglia una concorrenza agguerrita composta da "Favolacce" dei fratelli D'Innocenzo, "Hammamet" di Gianni Amelio, "Miss Marx" di Susanna Nicchiarelli e "Le sorelle Macaluso" di Emma Dante.

Il film di Diritti mette a fuoco la personalità di Toni Ligabue, figlio di una emigrante italiana, respinto in Italia dalla Svizzera dove ha trascorso un'infanzia e un'adolescenza difficili, vive per anni in una capanna sul fiume senza mai cedere alla solitudine, al freddo e alla fame. L'incontro con lo scultore Renato Marino Mazzacurati è l'occasione per riavvicinarsi alla pittura, ma è anche l'inizio di un riscatto in cui sente l'arte quale l'unico sistema per costruire la sua identità, la vera possibilità di farsi riconoscere e amare dal mondo.

"El Tudesc", come lo chiama la gente, appare nel film un uomo solo, rachitico, brutto, sovente deriso e umiliato. Invece diventa il pittore immaginifico che dipinge il suo mondo fantastico di tigri, gorilla e giaguari, stando sulla sponda del Po. Sopraffatto da un regime che vuole "nascondere" i diversi e vittima delle sue angosce, viene richiuso in manicomio dove però riesce a riprende a dipingere. Più di tutti, Toni dipinge sé stesso, come a confermare il suo desiderio di esistere, al di là dei tanti rifiuti subiti fin dall'infanzia. L'uscita dall'ospedale psichiatrico è il punto di svolta per un riscatto e un riconoscimento pubblico del suo talento. La fama gli consente di ostentare un raggiunto benessere e aprire il suo sguardo alla vita e ai sentimenti che sempre aveva represso.

Diritti cresce alla corte di Pupi Avati, con cui collabora in vari film, lavora nella sua Emilia-Romagna alla costruzione dei casting e quindi partecipa all'attività di "Ipotesi Cinema", centro di formazione di giovani autori, fondato e diretto da Ermanno Olmi. Autore e regista di vari documentari e programmi televisivi, esordisce nel cinema nel 1990 con il primo cortometraggio, "Cappello da marinaio", presentato in numerosi festival internazionali. Nel 1993 realizza "Quasi un anno", film per la televisione prodotto da Ipotesi Cinema e Rai 1. Il suo film d'esordio ebbe una grande eco: "Il vento fa il suo giro" del 2005 partecipa a oltre 60 Festival nazionali e internazionali, vincendo oltre 36 premi. Diventato un caso nazionale, il film viene programmato al Cinema Mexico di Milano per più di un anno e mezzo. La pellicola è in lingua italiana, occitana e francese.

La vicenda è ambientata nella Valle Maira, una delle valli occitane della provincia di Cuneo, nel paesino di Ussolo, frazione di Prazzo, situata a quota 1.300 metri. Nel film non viene citato il nome reale del paese, si fa invece riferimento a Chersogno, nome di fantasia. Parte degli attori sono non professionisti, abitanti del luogo che hanno accettato di partecipare alla lavorazione, la storia di un pastore che non si riesce a integrarsi al borgo di montagna. Il secondo film del 2009 si intitola "L'uomo che verrà" sulla strage di Marzabotto e vince al Festival di Roma, viene nominato Miglior film e Miglior produttore ai David di Donatello 2010 e Miglior produttore e Migliore scenografia ai Nastri d'Argento.

Nel 2013 Diritti dirige "Un giorno devi andare", di cui ha curato anche soggetto e sceneggiatura, presentato in anteprima al Sundance Film Festival, storia di una giovane donna che si trasferisce nella povertà brasiliana. Nel 2014 pubblica il suo primo romanzo, "Noi due" edito da Rizzoli, una narrazione d'emigrazione dal sud al nord. Poi nel 2020 costruisce le vicende del pittore Antonio Ligabue raggiungendo il Festival del Cinema di Berlino dove Elio Germano vince l'Orso d'argento quale miglior attore.